La penisola di Shimabara

di patrickcolgan

Vulcani, sorgenti termali e una storia sanguinosa: la penisola di Shimabara, a est di Nagasaki

Al vento, alla pioggia, al gelo, quando sei in viaggio alle volte ti devi semplicemente piegare. Non c’è ragione di arrabbiarsi o deprimersi, semplicemente ci si deve adattare, andare avanti e non è detto che il percorso non riservi comunque sorprese o momenti preziosi che altrimenti non avremmo vissuto (lo ricorda anche Cabiria in un post in cui racconta la rinuncia al monte Fuji). A ben vedere l’ossessione di pianificare troppo, voler programmare ogni minuto è innaturale e, in fondo, la negazione del viaggio.

Le guide raccontano che il Kyushu, l’isola più meridionale del Giappone, gode di un clima sub tropicale, ma a fine inverno può essere freddo, molto freddo e lo abbiamo imparato mentre la nostra minuscola auto a noleggio si arrampicava sulle pendenze del monte Unzen, nel cuore della penisola di Shimabara, colpita da sciabolate di vento che la facevano tremare mentre arrancava fra neve, ghiaccio e saliva fra le nuvole. Il trekking fra i vulcani che avevamo in programma sembrava lontanissimo. Per il momento andiamo avanti, mi sono detto mentre guidavo incerto sulla strada che si restringeva sempre più. Poi si vedrà

Shimabara: uno sguardo d’insieme

La penisola di Shimabara, poche decine di chilometri a est di Nagasaki, è menzionata nei libri di storia soprattutto per la rivolta di Shimabara del 1637, iniziata da contadini cristiani e repressa nel sangue dallo shogun (si parla di oltre trentamila morti in seguito all’assedio e alla distruzione del castello di Hara, di cui oggi restano le rovine) e che segnò l’inizio della fase più dura della persecuzione contro i cristiani, raccontata nel libro e nell’omonimo, bellissimo film, Silence. Vista dall’alto, nelle immagini satellitari, si intuisce chiaramente che la penisola non è altro che un antico grande vulcano. Ed è ancora attivo fra sorgenti termali, geyser, pozze ribollenti ed eruzioni terribili. Il monte Unzen è infatti uno dei vulcani più pericolosi del Giappone e le devastanti eruzioni dei primi anni novanta hanno devastato la periferia della cittadina di Shimabara, causato decine di vittime e creato una nuova cima del monte.

La penisola può anche visitare in un giorno ma in due giorni da queste parti di certo non ci si annoia. Da Shimabara si può poi attraversare in traghetto uno stretto braccio di mare per arrivare a Kumamoto, poi ci arriviamo.

Il trekking sul monte Unzen (annullato)

Il piano, ambizioso, era quello di entrare nel cuore della penisola di Shimabara, salire in auto al passo Nita-toge e da lì prendere la funivia. Una volta scesi si può percorrere, ho letto, il sentiero di crinale che porta alla cima Fugendake (1359 metri). L’alternativa era prendere il sentiero che parte dalla stazione inferiore della funivia (è segnalato da un torii, il portale dei santuari scintoisti) e arriva alla stessa cima, dalla quale si può vedere da vicino il cono vulcanico nato negli anni Novanta, nuovo punto più alto del monte e ribattezzato Heisei Shinzan (1456 metri).

 

Ma dobbiamo subito ricrederci. Pur vestiti da alta montagna, con abiti caldi e giacche tecniche, è difficile fare anche solo pochi passi a causa del vento fortissimo e gelido in modo insopportabile. È pure un po’ spaventoso. Gli alberi e gli arbusti intorno al parcheggio sono ricoperti di ghiaccio e come se non bastasse i cavi della funivia dopo pochi metri dalla partenza si tuffano in nubi densissime. Sarebbe da pazzi, penso, incamminarsi a oltre mille metri su un sentiero che non conosciamo (anche se due temerari giapponesi si avviano). Il servizio di funivia però non è interrotto e mi informo per capire se magari si sale sopra le nubi, se può valerne la pena, ma mi basta fare qualche domanda alla biglietteria per capire che dalla stazione in alto non si vede nulla. A marzo, insomma, anche in Kyushu può fare freddissimo.

Il gelo sul monte Unzen

Il gelo sul monte Unzen (foto di Patrick Colgan, 2018)

⇒ Se volete provare questo trekking, dal parcheggio della funivia alla vetta del Fugendake ci vuole circa un’ora, su questo sito ulteriori dettagli (in inglese)

Unzen Onsen

Nuvole di vapori e un intenso odore di zolfo annunciano Unzen Onsen, bellissima località termale annidata fra i boschi a pochi chilometri dal passo. Il posto è ovviamente turistico e non manca qualche grande albergo sgraziato e fuori scala rispetto alle piccole case e ai ryokan, ma in un giorno feriale di fine inverno troviamo l’abitato quasi completamente deserto.

Ci riscaldiamo in un onsen, il più antico della località, Yunosato Onsen Kyodo Yokujyo. Ne avevo letto su The Onsen Magazine e in teoria accetta i tatuati anche se alle mie domande l’anziana all’ingresso va un po’ in confusione, forse la spavento anche un po’, e poi ci fa entrare. Del resto non c’è nessuno. L’acqua è caldissima, in teoria 43 gradi ma probabilmente sono un paio di più, tanto che Letizia, nella sezione femminile, non riesce nemmeno a immergersi.

⇒⇒ se vi interessa il tema ho scritto una piccola guida agli onsen

La vasca dell'onsen, l'acqua è verdastra e caldissima

La vasca dell’onsen, l’acqua è verdastra e caldissima (foto di Patrick Colgan, 2018)

Mentre comincia a piovere troviamo un’accogliente, piccola trattoria frequentata da gente del posto. Ci ricorda certi posti di montagna italiani, immutati da decenni. Ordiniamo  a un’adorabile anziana un ramen e un chanpon (i noodles tipici di Nagasaki) che dopo l’acqua termale finiscono di riscaldarci.

Ramen e chanpon

Ramen e chanpon (foto di Patrick Colgan, 2018)

L’inferno di Unzen

L’origine dell’acqua del’onsen la scopriamo poco dopo. E’ il famoso Unzen Jigoku (l’inferno di Unzen), ai margini dell’abitato, dove l’acqua emerge con prepotenza dal sottosuolo. E’ un’ampia zona che si esplora su passerelle e dalla quale emergono fumi, vapori e getti di acqua bollente simili a geyser. Vedere questi spettacoli, qui come in Nuova Zelanda, in Italia o in Islanda è bellissimo. Ma c’è anche qualcosa che turba in tutto questo. Sembrano ferite aperte sulla pelle della terra, dolorose.  E mostrano all’opera forze di gran lunga superiori alle nostre, capaci di spazzarci via. Il vulcano, se mai ce lo fossimo scordati (da qui non si vede la cima), ci ricorda chi è.

L'inferno di Unzen, penisola di Shimabara

L’inferno di Unzen, penisola di Shimabara (foto di Patrick Colgan, 2018)

Ad acuire l’inquietudine c’è anche un monumento che ricorda i martiri cristiani che da queste parti sarebbero stati torturati con i vapori bollenti e uccisi all’inizio del XVII secolo, anche se non c’è certezza sul luogo esatto. Oggi di quest’area ribollente si usano soltanto i doni: fra pozze e geyser ci sono  i tubi che convogliano l’acqua agli onsen della zona. E un piccolo chiosco  vende uova cotte nell’acqua termale (buonissime).

Una scena del film Silence girata da queste parti

Una scena del film Silence girata da queste parti, a Unzen

Shimabara

Il traghetto è prenotato per le 17.30 (come sempre non c’è alcuna necessità di pagare in anticipo, ho solo un mail stampata) e decidiamo di passare qualche ora a Shimabara, la città delle carpe all’ombra minacciosa del vulcano Unzen. Anche qui ci sarebbe da restare più a lungo: la città ha alcuni musei interessanti, un quartiere di case samurai e un altro caratterizzato da un canale di acqua di sorgente popolato di carpe. Lasciamo l’auto, scopriamo, proprio qui e il parcheggiatore ci conduce a una bellissima casa tradizionale, Shimeisou. Veniamo accolti con una tazza di tè verde e ci fermiamo a contemplare il giardino seduti col tatami. Per me questa è sempre una situazione piacevole, tranquillizzante  e il rumore leggero dell’acqua è ipnotico, mi avvicina a uno stato di meditazione.

Forse sono un illuso, ma se penso al Giappone, penso a questo.

Il giardino di Shimeisou

Il giardino di Shimeisou (foto di Patrick Colgan, 2018)

La cittadina ha numerose indicazioni in inglese che aiutano ad orientarsi, ma ancora una volta siamo praticamente gli unici turisti e il mercato coperto, pieno di serrande abbassate e negozi abbandonati, è un po’ spettrale. Vorremmo comprare qualcosa, lasciare un segno del nostro passaggio, incontrare qualcuno. Un grazioso negozio di abbigliamento molto originale ci invita a entrare e veniamo accolti con sorpresa da quella che probabilmente è la proprietaria: compriamo qualche articolo in saldo, davvero bello, e ne usciamo con un profluvio di sorrisi e in dono calzini e addirittura una tavoletta di cioccolato. Siamo un po’ commossi.

Carpe di Shimabara

Carpe di Shimabara (foto di Patrick Colgan, 2018)

Statua di Kitamura Seibo

Statua di Kitamura Seibo (foto di Patrick Colgan, 2018)

Il castello di Shimabara, ricostruito è forse poco interessante ma l’area ospita alcuni musei fra i quali uno dedicato a Kitamura Seibo, lo scultore della famosa statua della pace di Nagasaki. Alcune sue sculture sono esposte all’esterno.

A Shimabara ci sono infine anche memorie dell’eruzione, fra le quali un museo e alcune case sommerse dal flusso piroclastico e conservate. Se vi interessa trovate i dettagli su Japan Guide: Unzen disaster memorial hall (in inglese)

Non ci sono invece in città musei o siti legati alla rivolta di Shimabara: si trovano o al museo dei 26 martiri cristiani di Nagasaki o al museo di Amakusa.

Il profilo del monte Unzen, visto da Shimabara

Il profilo del monte Unzen, visto da Shimabara (foto di Patrick Colgan, 2018)

Il castello di Shimabara

Il castello di Shimabara (foto di Patrick Colgan, 2018)

Il traghetto da Shimabara a Kumamoto

Ci sono due compagnie che svolgono il servizio che collega Shimabara e Kumamoto dalle 7 di mattina alle 17.30 circa (sui siti trovate gli orari; entrambe le compagnie fanno un’altra corsa più tardi nei weekend): la più veloce è Kumamoto Ferry che impiega circa mezz’ora, mentre Kyusho ci mette il doppio.

Per due persone e un’auto piccola calcolate rispettivamente 5.100  e 3.090 yen (prezzi al momento in cui scrivo). Le procedure sono molto semplici (quando arrivate dite che avete prenotato, se lo avete fatto). Non si accettano carte di credito.

Gli altri post sul viaggio in Kyushu

 

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