Gunkanjima, l’isola di cemento

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In visita all’isola nave da guerra. Hashima, o Gunkanjima, scrigno di memorie felici e di altre molto dolorose che sembra un pezzo di città (e di storia), alla deriva nel Pacifico

Probabilmente la sua immagine non vi è nuova. L’avrete vista in qualche elenco di luoghi fantasma o inquietanti del Giappone, oppure, ricostruita in digitale, in un film di 007. E in effetti Hashima, o Gunkanjima come è più nota, è un luogo dall’aspetto irreale e misterioso. Non sembra un’isola, sembra un pezzo di una brutta periferia di una brutta città che si è staccato, ha preso il largo e ora va alla deriva fra i flutti, vuoto e decrepito, come una nave fantasma, carica di storie da scoprire.

Foto di Kntrty, da Flickr, via Wikimedia commons – licenza creative commons

L’effetto di irrealtà è moltiplicato se l’isola compare tra nebbie e mare in tempesta in un giorno piovoso di fine inverno. Siamo al largo di Nagasaki, in mare aperto a 18 chilometri dalla città. All’inizio sembra una nave di profilo e in effetti il suo soprannome, Gunkanjima, significa isola nave da guerra. Si dice che gli americani l’abbiano addirittura silurata per errore durante la guerra.

E solo vedendola dall’alto si potrebbe capire che l’isola sotto gli edifici c’è, ma è stata allargata, inglobata e soffocata dal cemento e da alte mura che dovevano proteggerla dalle onde. Qui, in uno spazio piccolissimo (oggi è lunga 400 metri), hanno vissuto fino a cinquemila persone a partire dagli ultimi dell’800. All’inizio si viveva in case di legno, poi, dopo le distruzioni portate dai tifoni, qui venne costruito il primo edificio in cemento armato del Paese. Gli abitanti erano i minatori dipendenti della Mitsubishi e le loro famiglie. Sotto il mare c’era, e c’è tuttora, una grande quantità di carbone: le profonde gallerie si ramificano per chilometri sotto il fondale. Tutto è stato abbandonato nel 1974 e da allora è in balia degli elementi atmosferici, della vegetazione, della salsedine.

Gunkanjima nel 1930

Gunkanjima nel 1930 (immagine di pubblico dominio)

Man mano che ci avviciniamo i palazzi prendono forma, sono sagome vicine, come se qualcuno li avesse spinti l’uno verso l’altro. Ma non riusciremo a sbarcare. Il mare è troppo mosso e l’avvicinamento al molo in cemento, in un porto pericoloso e privo di qualsiasi protezione, fa un po’ paura. Saggiamente si sceglie di desistere e il personale della barca di rimborsa con una cartolina e trecento yen (il costo del ‘biglietto’ di ingresso). Vedremo l’isola solo dal mare. In ogni modo se anche fossimo riusciti a scendere non saremmo potuti uscire da uno stretto percorso nella parte meridionale dell’isola.

Hashima, l'isola nave da guerra

Hashima, l’isola nave da guerra. La silhouette, in effetti, è molto simile (foto di Patrick Colgan, 2018)

Memorie da Gunkanjima: il digital museum

L’isola può dare l’idea al visitatore di un posto inquietante. E in effetti è difficile non immaginarla come una prigione. Ma non era soltanto questo e c’è chi la ricorda addirittura come un paradiso. Nel bellissimo (e imperdibile) Gunkanjima digital museum, si può imparare la storia dell’isola da diversi punti di vista, alcuni dei quali lasciano a bocca aperta. Si può visitare Gunkanjima con i visori della realtà virtuale che ci fanno addirittura volare sopra gli edifici. Ma si può anche vedere la ricostruzione dell’interno delle sue case e soprattutto si possono ascoltare le parole di chi ci ha abitato. Ci sono videointerviste ad alcuni testimoni (acuni sono fra le guide che oggi portano i turisti a visitare Gunkanjima) e, come spesso accade, i racconti sono la parte più toccante della visita.

Una proiezione a tutta parete che racconta la storia dell'isola

Una proiezione a tutta parete che racconta la storia dell’isola (foto di Patrick Colgan, 2018)

I video sono molti, guardateli. Perché le pietre e il cemento di Gunkanjima sono niente senza le vite che che le hanno toccate. Ascoltando le interviste appaiono alcuni tratti comuni, forse trasfigurati dal passare degli anni, ma sicuramente sinceri.
Tutti ricordano l’isola come un posto dove si lavorava molto duramente: si scendeva un chilometro in miniere dove c’erano anche 45 gradi di temperatura. Ma per tanti testimoni giapponesi si stava bene, con una comunità molto coesa. Ne hanno nostalgia e c’è chi la ama profondamente, soprattutto chi vi ha vissuto da bambino. Raccontano aneddoti, immagini del mare visto dalla cima dei palazzi, ricordi d’infanzia. Per chi era bambino era un enorme campo giochi in mezzo al mare.
Altri non vogliono parlarne o hanno ricordi molto diversi. C’è anche un intervista di un tono diverso. Un ex residente racconta che voleva andarsene e che non gli era permesso. Spiega addirittura di esser aver pianificato la fuga e di essere scappato nascondendosi su una barca.

Gunkanjima vista dalla barca

Gunkanjima vista dalla barca (foto di Patrick Colgan, 2018)

Le storie dolorose di Gunkanjima

Ma non è tutto e il punto più sensibile è un altro. L’isola racconta anche molte storie davvero dolorose che riecheggiano ancora fra le sue mura: come tanti altri luoghi, anche in Italia, è stata travolta dagli eventi terribili del Novecento e dalle sue tragedie.
Di questo nel museo non ho visto traccia, se non accenni. Durante la Seconda guerra mondiale, secondo numerose testimonianze, sarebbero stati impiegati nel lavoro per alcuni anni anche centinaia di prigionieri cinesi coreani, in condizioni molto dure. Il tema è stato affrontato nell’ambito del riconoscimento di Gunkanjima come Patrimonio dell’Umanità Unesco (all’interno dei siti della rivoluzione industriale dell’epoca Meiji) ed è tutt’ora fortemente dibattuto perché le spiegazioni e la memoria delle vittime straniere di Gunkanjima nel materiale informativo e nel museo, stando a quanto scrive la voce inglese su Wikipedia, non sono ancora ritenute soddisfacenti da Unesco e Corea.

Come se non bastasse, a riaccendere le polemiche, nel 2017 è arrivato anche un discusso film coreano che racconta una fuga dall’isola (di fantasia, ma basato sulla storia di Gunkanjima): The battleship island.

In ogni modo Gunkanjima e le sue storie sono ben raccontate, in modo equilibrato e onesto, su Offbeat Japan, blog di Jordy Meow, fotografo francese e grande conoscitore dell’isola, che è protagonista anche del suo libro Abandoned Japan.

Come visitare Gunkanjima

Se passate da Nagasaki, Gunkanjima è una visita che non dovrebbe mancare. Al momento in cui scrivo il modo più semplice è con uno dei viaggi organizzati che si tengono tutti i giorni, mattina e pomeriggio.
L’unica compagnia ad avere un’audioguida in inglese è Gunkanjima concierge, che ha fra il suo personale anche alcuni ex abitanti dell’isola. Mi sento di consigliarla. Non fate però troppo affidamento sulle spiegazioni: l’audioguida funziona via radio e se c’è brutto tempo la qualità ne risente fortemente.

Le imbarcazioni fanno la spola con Gunkanjima tutti i giorni due volte al giorno, ma si attracca solo se il mare è davvero calmo. Il costo per crociera con sbarco e visita al museo è di 5200 yen a testa (circa 35 euro). Vi impegnerà tutta la mattina o tutto il pomeriggio.

Visitare Gunkanjima: l'isola vista dalla barca

Visitare Gunkanjima: l’isola vista dalla barca (foto di Patrick Colgan, 2018)

L’alternativa è quella di chiedere un permesso speciale alla prefettura di Nagasaki (come ha fatto Jordy Meow, citato poco fa) e visitare Gunkanjima con una guida privata. Ovviamente serve un motivo preciso per fare domanda.

Dimenticavo, l’isola ha anche una bizzarra mascotte, sulla quale preferisco non scrivere nulla.

Per continuare a leggere su Gunkanjima

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1 Commenti

giacinta Settembre 23, 2018 - 6:36 pm

Una cellula di cemento in mezzo al mare.. Si resta colpiti.

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