In Siberia, di Colin Thubron

di patrickcolgan

Un uomo in catene attraversa le distese ghiacciate per l’eternità. In lontananza, forse, si muove un branco di renne, o un cacciatore getta un ombra sulla neve. Ed è tutto. La Siberia occupa un dodicesimo delle terre emerse dell’intero pianeta, ma questa è l’unica certezza che ci lascia nella mente. Una bellezza desolata, una paura indelebile

In Siberia, Colin Thubron Isbn: 9788850202584 – 292 pagine

traduzione di Alessandro Peroni e Luisa Corbetta

La Siberia è un luogo che mi ha sempre affascinato (ne ho parlato qui), per la sua vastità difficilmente concepibile, per l’inaccessibilità di larga parte del suo territorio perché è un territorio in larga parte vuoto. Per le storie terribili che ha nascosto in questo vuoto. Un vuoto che trascina la mia immaginazione verso di sé come un buco nero. Viaggiarci (e non mi basterebbe la classica transiberiana) richiede molto tempo e il superamento di alcune difficoltà, ma mi piacerebbe provarci nei prossimi anni. Così quando ho scoperto ‘In Siberia’ di Colin Thubron l’ho divorato in poco tempo. Lo scrittore inglese in questo libro racconta il suo viaggio a metà degli anni’90, subito dopo il crollo dell’Urss. Un percorso da Ekaterinburg al ‘cuore di tenebra’ congelato della Kolyma.

Non sempre trovo la voce di Thubron vicina, nonostante i suoi libri siano splendidi. Ma manca sempre qualcosa. Non questa volta. Il libro mi ha parlato da subito, anche se il tono è malinconico. Presto la speranza, l’attesa che permeano le prime pagine del viaggio (di ogni viaggio) si trasformano in una dolente discesa agli inferi, in cui lo scrittore inglese incontra e scrosta la superficie disperata – a metà degli anni ’90, va ricordato – di un mondo in disfacimento sotto cui ribolle un’umanità mai perduta. E’ un punto di vista, che Thubron porta fino in fondo, scoprendo anche il fianco alle critiche di chi conosce una Siberia ben diversa. E in effetti Thubron descrive momenti di grande bellezza e scova anche sorprese inaspettate, assurde, tratteggia personaggi indelebili. Ma allo stesso tempo non fa sconti e racconta quello che vede con occhio sincero, acuto, tagliente, rendendo alcune pagine quasi sgradevoli. Una sincerità che in molte recensioni sul web gli procurano critiche per l’apparente mancanza di empatia (su Anobii c’è addirittura chi, con iperbole poco riuscita, lo definisce una ‘carogna’). Non concordo. E’ un libro sentito, che di empatia è pieno e che col procedere delle pagine diventa doloroso e ossessionante. Certo, forse è solo una parte della storia, ma raccontata, e scritta, molto bene (chi può, dovrebbe leggerlo però in inglese).

Se c’è un difetto è che la natura, uno degli aspetti più affascinanti della Siberia, resta spesso sullo sfondo. Thubron preferisce raccontare storie umane (come quella, toccante e poco conosciuta, del naturalista Georg Steller). Poi, però, ti sorprende con delle pagine così.

I climbed a bluff high above the lake, to an old place of Evenk sacrifice. Beneath me Lake Baikal became an ocean. Its headlands multiplied to the south, fainter and fainter, while all around me the whole northern curve of its water spread kingfisher-blue, edged by a phantasmal range of mountains, sometimes a mile high. All colour, from here, had refined to this drenching blue — even the blue-tinged white of clouds — as if blue must be the colour to which all others purified in time.
It is the peculiar clarity of Baikal which elicits this. As the transparent and slightly alkaline water deepens, other colours are filtered from its light spectrum, until only blue, the least absorbent, remains. Lying over the fault-line of two tectonic plates, whose separation is gradually dropping its floor lower, the waters plunge to a depth of over one mile: by far the deepest lake on earth. Its statistics stupefy. It harbours nearly one fifth of all the fresh water on the planet: equal to the five Great Lakes of America combined, or to the Baltic Sea. If Baikal were emptied and all the world’s rivers diverted to its basin, they would not fill it within a year.

 

Ve la scrivo anche in italiano, ma è più bella in inglese:

 

Mi arrampicai su una scogliera a picco sul lago, fino a un antico luogo sacrificale evenco. Sotto di me, il Bajkal era diventato un oceano. A sud si moltiplicavano i prmontori, sempre più indistinti, mentre intorno a me l’intera curva settentrionale delle su acque si distendeva azzurra come un martin pescatore, fiancheggiata da una spettrale catena di montagne altre fino a millecinquecento metri. Tutti i colori, da qui, si confondevano in questo blu penetrante – persino il bianco delle nuvole si era tinto di azzurro – come se il blu dovesse essere il colore in cui tutti gli altri, con l’andar del tempo, si raffinassero.
E’ la peculiare limpidezza del Bajkal a provocare questo fenomeno. Non appena l’acqua, trasparente e leggermente alcalina, si fa profonda, gli altri colori vengono filtrati dal suo spettro di luce, finché non resta che il blu, il meno assorbente. Poiché il lago è situato sulla line adi faglia tra due placche tettoniche, la cui separazionene sta abbassando gradualmente il fondo, l’acqua arriva a una profondità di oltre milleseicento metri, rendendolo di gran lunga il lago più profondo del mondo. Le statistiche relative al Bajkal sono sorprendenti. Contiene quasi un quinto di tutta l’acqua dolce del pianeta: una quantità pari ai cinque Grandi Laghi d’America messi insieme, o al Mar Baltico. Se fosse svuotato, e tutti i fiumi del mondo venissero deviati verso il suo bacino, non lo riempirebbero in un anno.

(Colin Thubron, in Siberia)

Link: sull’argomento, il racconto del viaggio di Simone Corazza

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0 Commenti

Tina Di Benedetto marzo 4, 2013 - 8:05 pm

concordo. la siberia ispira un fascino difficile da immaginare

Reply
enikő marzo 6, 2013 - 10:18 pm

Bello! Il tutto mi ispira un senso misto di eccitazione e curiosità e ansia… e di impotenza davanti a quella natura magnifica e inospitale.
Vorrò leggermi quel libro.

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