Come e perché viaggiamo? Riflessioni e libri per approfondire

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Considerazioni, spunti e suggerimenti per riflettere prima di ricominciare a viaggiare a lunga distanza (si spera) nel prossimo futuro. Perché certi temi non possiamo nasconderceli e dovremmo viaggiare in maniera sempre più piena e sostenibile. Perché il futuro è quello del viaggiatore consapevole

Negli ultimi due anni in cui viaggiare è improvvisamente diventato difficile se non impossibile (almeno in alcune destinazioni) e le distanze si sono allungate a dismisura ho riflettuto a lungo sul perché amo viaggiare e su cosa abbia significato per me. Questo post è una bozza rimasta non pubblicata per molti, molti mesi alla quale ogni tanto rimettevo mano. In ogni modo a dire il vero il senso del viaggio era al centro dei miei pensieri già prima. Credo che viaggiare mi abbia cambiato e mi abbia arricchito immensamente: è parte di me e di quello che sono. Ma negli ultimi anni prima della pandemia viaggiare era diventato forse troppo facile e forse, a volte, lo davo un po’ per scontato. Era anche un modo di evadere, semplicemente. Non so se sia capitato anche a voi di pensarci e quanto spesso.

Non voglio generalizzare e non parlo di tutti, la riflessione parte da una sensazione personale e quindi non c’è un giudizio sugli altri: i viaggi di moltissime persone erano e sono preparati e sognati a lungo. E poi vissuti appieno. Ma mi è capitato di osservare anche un po’ di superficialità, a volte. Anche in me, ovviamente.

Forse non si rifletteva abbastanza su quanto questa opportunità fosse davvero preziosa, una possibilità, quella offerta dall’ultimo secolo, senza precedenti nella storia dell’uomo. Ed è un peccato, anche perché viaggiare è un’attività che presenta problemi di sostenibilità, che ha un impatto sui Paesi che si visitano e sul cambiamento climatico (anche la pandemia da Covid-19 è stata amplificata dalla velocità dei trasporti). Per questo la possibilità di viaggiare andrebbe sfruttata al massimo. Anche perché non è da escludere che in futuro potremmo viaggiare molto meno o addirittura non viaggiare più.

“Penso che i benefici siano più degli svantaggi” scrive il fondatore delle Lonely Planet, Tony Wheeler, nel suo breve libro ‘Sul viaggio’, pur ammettendo i problemi di sostenibilità. L’ho creduto anche io, ma non ne sono più sicuro da alcuni anni.

Instagram non c’entra

Togliamo subito questo alibi di torno. Instagram è un mezzo e certo ci sono molte cose che non mi piacciono, per esempio la tendenza che ha portato le foto di viaggio a essere sempre più estetizzanti o slegate dalla realtà. E poi si può attribuire ai social l’effetto che porta a concentrare i turisti negli stessi posti che in foto appaiono particolarmente belli o suggestivi (e a restarne inevitabilmente un po’ delusi), rappresentati in foto che si moltiplicano all’infinito: un esempio è il santuario Fushimi Inari Taisha, di Kyoto, che però è apparso anche su copertine di guide e riviste o in scene di film, prima ancora che sui social. Il luogo, va precisato, è straordinario, la sua bellezza però va molto al di là di quello che può raccontare una sequenza di portali rossi.

Fushimi Inari Taisha, Kyoto
Fushimi Inari Taisha, Kyoto (foto di Patrick Colgan, 2014)

Ma chiunque ami viaggiare sa bene che non si prende per un aereo per farsi un selfie come qualcuno a volte sostiene. E da molti anni, ormai, non dà alcun tipo di credito sociale condividere una bella foto di viaggio o vantarsi di esser stati chissà dove. Pochi hanno voglia di ascoltare storie di viaggi perché molti, in fondo, sono stati un po’ dappertutto e pensano di avere delle storie da raccontare a loro volta. Viaggiare non era più una cosa eccezionale (prima della pandemia). Quindi no, Instagram non c’entra. Non si viaggia per raccontarlo sui social e il viaggio non si è svuotato di senso a causa delle foto condivise.

Viaggiare non ci rende migliori

Il viaggio è fatale al pregiudizio, al bigottismo e alla ristrettezza mentale, e per questo motivo alcuni di noi ne hanno un estremo bisogno. Non si può giungere a una visione ampia, sana e caritatevole degli uomini e delle cose se ci si limita a vegetare in un angolino della terra.
(Mark Twain, Gli innocenti all’estero, 1869)

La frase di Mark Twain è bellissima e ci ho creduto a lungo, ma aveva torto. O forse, semplicemente, non è più valida questa cosa che scriveva 150 anni fa quando viaggiare era un’attività riservata a gente che aveva forse una maggiore determinazione, perché era più faticoso e difficile (o forse se la raccontava così per giustificare questa passione così strana). Ammettiamolo, viaggiare non ci rende automaticamente persone migliori, di maggior cultura o più aperte e tolleranti. Non amplia, da solo, la nostra visione.

Pensate al fatto che non si è mai viaggiato quanto negli ultimi dieci anni prima della pandemia. E pensate al mondo in cui viviamo. Vi sembra un posto migliore o peggiore rispetto a dieci o trent’anni fa? Oppure, evitando giudizi su cosa sia meglio o peggio: vi sembra che sia un mondo più aperto o più chiuso? Vi sembra che ci sia più o meno empatia nei confronti delle altre persone?

Pensate al fatto che non si è mai viaggiato quanto negli ultimi dieci anni prima della pandemia. E pensate al mondo in cui viviamo. Vi sembra un posto migliore rispetto a dieci anni fa?

Se ancora non vi sembrano temi rilevanti o auspicate un mondo più chiuso (e allora dovreste seriamente chiedervi perché viaggiate, a mio parere): come credete che i vostri viaggi vi abbiano reso concretamente una persona migliore? Avete una risposta soddisfacente a questa domanda?

Parlando con le persone, leggendo e cercando di dialogare sui social network mi sono accorto che viaggiare non porta automaticamente a una maggior apertura mentale o una maggiore curiosità se non si va in altri Paesi in modo umile, aperto, consapevole. E dipende anche dalla scelta di destinazioni, dai mezzi di trasporto, dai tempi e dal modo in cui ci si approccia a questa espeienza. Non è la trita questione di turisti e viaggiatori che teneva banco qualche anno fa (in realtà la diatriba pare risalga addirittura all’800), ma è ovvio che non tutti i viaggi sono uguali.

“In viaggio si cresce solo se lo si desidera” scrive l’antropologo e studioso del turismo Duccio Canestrini. Ha ragione e bisogna ricordarselo.

Viaggiare può davvero renderci migliori

Eppure io credo che il viaggio possa davvero renderci migliori. Certo c’è l’arricchimento culturale e di esperienze. Ma viaggiare ha anche un grande potere di trasformarci: credo a quello che scrive Paul Theroux, che quando si sta via a lungo si torna diversi, che “non fai mai il viaggio di ritorno per intero”.

Trekking in Laos: nella giungla a Nam Ha
Trekking fra le risaie del Laos (foto di Patrick Colgan, 2014)

Viaggiare può avvicinarci all’altro, regalarci nuove prospettive.

Alle genti di una riva quelle della riva opposta sembrano spesso barbare, pericolose e piene di pregiudizi nei confronti di chi vive sull’altra sponda. Ma se ci si mette a girare su e giù per un ponte, mescolandosi alle persone che vi transitano e andando da una riva all’altra fino a non sapere più bene da quale parte o in quale paese si sia, si ritrova la benevolenza per se stessi e il piacere del mondo.

(Claudio Magris, l’infinito viaggiare)

Ed è vero che nei viaggi si conosce se stessi. Fuori dalla rete di relazioni che ci avvolge, fuori dalla nostra cultura, dove nessuno ci conosce, chi siamo veramente? Senza contare che in un viaggio il dialogo interiore è continuo. Nulla invita alla riflessione, al guardarsi dentro e indietro come un viaggio, specie in solitaria.

Viaggiare in maniera più consapevole e sostenibile

Non solo dovremmo provare a trarre il meglio dall’esperienza del viaggio, dunque, ma anche a farlo in maniera più consapevole (del’impatto che abbiamo per esempio) e sostenibile, per esempio limitando i viaggi a lunga distanza e l’uso degli aerei, scegliendo mezzi a minor impatto, contribuendo all’economia delle comunità locali. Non mi dilungo perché ci sono libri che trattano solo di questo ec’è chi lo ha fatto in maniera molto più ragionata e precisa: ne parleremo ancora poco più avanti.

Cinque libri per riflettere sul viaggio e il modo in cui viaggiamo

Io sono convinto che si possa imparare a viaggiare meglio. A sfruttare meglio i nostri sensi, a riflettere sull’esperienza. A volte lo si impara facendo un viaggio importante, magari da soli (lo ripeto, nulla cambia la vita quanto un viaggio in solitaria, credetemi). Ma penso che in questo momento alcune letture possano aiutarci a dedicare un po’ di tempo alla riflessione mentre il raggio dei nostri viaggi è inevitabilmente ridotto. Possiamo riflettere su quanto abbiamo perso (per ora) e su quanto sia preziosa la possibilità di viaggiare.

Piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici, di Eleonora Sacco

Piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici
Piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici

È adesso che comincia il viaggio, il viaggio vero. Quello che ti porta da solo, come un’onda che ti accompagna dolcemente ma con forza costante, di cui devi fidarti – o di cui devi morire. Momenti decisivi ma morbidi, in cui sento l’adrenalina fluire e me ne lascio cullare.

Libro di viaggio non lineare, molteplice, contemporaneo. Il viaggio ‘selvatico’ è lo stile di Eleonora che altro non è – secondo la mia lettura – che un viaggio semplice, umano, aperto all’incontro e non necessariamente alla ricerca di luoghi o monumenti (Dervla Murphy suggeriva: “guardate dove sono i luoghi turistici sulla cartina e andate dalla parte opposta). Il viaggio ridotto alla sua essenza, insomma. E così, del resto, sono stati i miei viaggi migliori.

Il modo migliore per comprendere cosa sia davvero il viaggio selvatico, lo suggerisce Eleonora stessa, è però leggere questo libro. I brevi (troppo?) racconti di viaggio, inframezzati da foto, alcune poesie. E piccoli approfondimenti linguistici sulle parole. Perché è vero che le lingue a volte dividono. Ma basta poco, pochissimo perché in realtà accada il contrario: riflettere sui viaggi insospettabili compiuti da certe parole, o semplicemente imparare qualche parola in una nuova lingua trasformano il linguaggio in un favoloso ponte fra mondi solo apparentemente lontani.

Ovviamente non è un modo di viaggiare adatto a tutti, ma Eleonora ci racconta cosa può essere il viaggio, al suo meglio. E tutti possiamo imparare qualcosa leggendola.

Il blog di Eleonora è Pain de Route – il libro lo trovate sul sito dell’editore e in tutte le librerie fisiche on line.

Brevi lezioni di meraviglia, di Rachel Carson

Brevi lezioni di meraviglia
Brevi lezioni di meraviglia

Un genitore e un bambino davanti allo spettacolo della natura. Questo libro brevissimo mi era stato consigliato per scrivere. Ma in realtà le sue ‘lezioni’ sono applicabili alla vita in generale e in particolare al viaggio. Non dimentichiamoci mai di come guardavamo il mondo da bambini, ricordiamo come ci si può meravigliare anche di fronte alle cose semplici. In viaggio le occasioni sono continue.

Brevi lezioni di meraviglia, di Rachel Carson – edizioni Aboca

Il Tao del viaggio, di Paul Theroux

Tao del viaggio
Il Tao del viaggio

Cosa cerchiamo in viaggio? Cosa ci può dare l’esperienza del viaggio? A me piace ascoltare le persone più intelligenti o esperte di me. E per questo è bello viaggiare assieme a un libro di viaggio, diventa quasi un dialogo.

E allora andiamo a vedere le ‘illuminazioni’ raggiunte dai grandi scrittori in questa sorta di antologia di Paul Theroux, nella quale lo scrittore propone una ricchissima collezione di citazioni dal mondo della letteratura di viaggio (e non solo) assieme a brani più lunghi divisi per argomento, a volte con un po’ di ironia: si va da ‘I piaceri delle ferrovie’ a ‘Paura, nevrosi e altri disturbi’, fino a ‘Scrittori inglesi (sul fuggire dall’Inghilterra). Forse non è un gran libro in generale, ma un’antologia da consultare di tanto in tanto, per ricordarsi quanto può essere magico viaggiare e cosa ci può regalare.

In generale, comunque, qualsiasi libro di viaggio va bene per ricordarcelo.

Il Tao del viaggio, di Paul Theroux (fuori stampa, si trova usato)

Andare a quel paese, di Duccio Canestrini

Vademecum del turista responsabile

Andare a quel paese
Andare a quel paese

Il libro ha qualche anno e si dilunga un po’ troppo su aspetti teorici e trattati e documenti che si sono succeduti negli anni, ma gran parte delle riflessioni appaiono ancora valide (alcune speranze non realizzate invece appaiono ancor di più come utopie): i principi del turismo responsabile, infatti, non cambiano.

Dopo un piccolo, interessante, passo indietro storico per sfatare il mito del dualismo fra ‘turista e viaggiatore’ (definizione che sostiene sia nata con intenti snob nell’800), Canestrini ci spiega (in linee generali) come verificare che i soldi restino alle comunità locali, come scegliere un souvenir, quali sono i problemi etici e di sostenibilità che affronta l’industria turistica.

L’arte di viaggiare, di Alain De Botton

Alain de Botton, L'arte di viaggiare
L’arte di viaggiare

Ho scritto altre volte di questo libro senza troppe pretese che ritengo però davvero un classico: insegna ad aprire gli occhi e tutti i sensi e a sfruttare appieno il viaggio. Perché si può imparare a far meglio qualsiasi cosa, anche viaggiare. Spesso non ce ne rendiamo conto ma è così. Ho scritto un post dove parlo in maniera più approfondita di questo libro.

Bonus: il manifesto corale del viaggiatore consapevole

Alle & Urbo del blog We are local nomads hanno coinvolto numerosi blogger e influencer per realizzare un manifesto corale del viaggiatore consapevole che riassume molte delle cose di cui abbiamo detto. Vi invito a leggerlo e condividerlo.

Avete qualcosa da dire sul tema, altri libri da suggerire? Lasciatemi un commento!

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3 Commenti

Lorenzo Settembre 26, 2021 - 8:51 am

Ciao Patrick, ci sono degli aspetti di ciò che hai scritto che condivido e altri meno. L’impressione generale che io ho, molto parziale ovviamente, è che in un certo senso “aspettavamo” un evento così impattante come la pandemia per parlare a briglie sciolte del tema della sostenibilità del viaggio. Un po’ ipocritamente, credo. D’altronde, in un celebre libro della metà degli anni ’40 del secolo scorso, Claude Levi-Strauss preconizzava la fine dei viaggi e l’inizio della cosiddetta “monocultura”. Credo anche che affermare che il viaggio sia in qualche modo legato a un’ evasione mi sembra quasi aderire a una sorta di cliché che vuol dire tutto e niente. Anche io, come credo tu voglia dire poi tirando le somme, penso che un viaggio, il viaggio con la v maiuscola, si debba meritare. Ma in fondo non è anche questo ormai un pensiero un po’ estetizzante e leggermente snob? Nicolas Bouvier diceva che un viaggio non cerca e non ha dei motivi per accadere. Si basta da solo. Io penso abbia ragione lui. E poi, da quando chi viaggia è una persona migliore? Ahimè, la storia ci insegna tutt’altro. Mi sembra anch’essa un’affermazione da “anima bella”. Tutto negativo? No, affatto. Anche io devo tantissimo, quasi tutto, al viaggio alla mia idea di viaggio. Che, secondo me, vuol dire costruire significati, aprire e dare forma alla vita, costeggiare isole e frammenti di senso. Dovremmo cercare allora, e questo è il nodo fondamentale del tuo scritto, di operare in modo che il mondo possa continuare a rendere possibile tutto ciò. Aggiustando il tiro, di tanto anche. Cercando di uscire fuori dalla nostra soggettiva “estetica” del viaggiatore empatico per fare di più, concretamente, meno ipocritamente.

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Patrick Colgan Novembre 29, 2021 - 7:52 pm

Ti ringrazio per il commento e per i tanti spunti, condivisibili. E in effetti sì, il nocciolo è proprio in fondo. Grazie ancora, un saluto!

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travelmood Italy Settembre 1, 2021 - 10:41 pm

Assolutamente come te ho scritto, ho lasciato da parte, sono mesi e mesi che mi domando come viaggiavo, come è cambiato il mio modo di viaggiare e quanto fosse diventato troppo troppo scontato ed economico da non accorgersi neanche di esser fortunati, di impattare il pianeta, di stupirsi davanti a meraviglie ovunque, di fermarsi e gustare quel che capita. Spero non sia più come prima. Lo dico contro ogni mio ‘interesse’ dato che il mio mestiere è sempre stato costruire viaggi, spero di viaggi meno ma con più consapevolezza. Grazie per la condivisione di questi pensieri, se non ricordo male eravamo in Giappone a marzo 2019 nello stesso momento

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