Come passare tre giorni a Van

di

Visitare Van. Un viaggio di qualche anno fa all’estremo est della Turchia

Nazione: Turchia Città: Van Popolazione: 331.000 circa, maggioranza curda

Data del viaggio: maggio 2005, ho sistemato quello che avevo scritto subito dopo il viaggio  Da vedere: Castello e lago, museo, chiesa di Akdamar, il gatto(?)

“Ma che cosa ci sono venuto a fare qua?”. Van è una città di frontiera all’estremo est della Turchia, in pieno Kurdistan, a pochi chilometri dal confine iraniano e si porta dietro tutto il fascino dei luoghi di confine. Almeno a guardarla sulla cartina. Vicino ci sono Georgia e Iran e nomi che sulla mappa appaiono remoti, dimenticati. E poi si trova sulle rive del più grande lago dell’Anatolia che sulle mappe appare come una strana macchia azzurra in un oceano giallo-marroncino.

Ma grigia, un po’ opprimente, polverosa, Van non è certo la ‘perla dell’est’ – così era chiamata – di un tempo.

van kalesi

Il castello di Van (foto di Patrick Colgan)

Viaggio a Van

Per arrivarci serve una certa determinazione:  ore e ore di strada tortuosa in bus e checkpoint militari (dove una parola fuori posto o un atteggiamento sospetto possono costarvi un accurato controllo di bagaglio e documenti, lo dico per esperienza), di cui uno in particolare a Tatvan. Poi, dopo avervi allettato con le acque turchesi del suo lago, che la strada costeggia a lungo, vi accoglie nelle sue strade un po’ sciupate con un’orrida statua della gloria locale, il gatto di Van, rappresentato come se fosse un pokemon. Il gatto è bianco, con un occhio verde e uno blu. Pare non sia affatto facile da vedere: i gatti sono così ricercati che la maggior parte dei proprietari li tiene gelosamente segregati in casa. Questo recita la guida. E difatti non ne ho visto uno.

Il lago di Van

Le montagne intorno a Van, ancora innevate a maggio

Contrattempi a Van

Mi sistemo in una pensione mediamente squallida, appoggio 20 chili di zaino e parto alla scoperta della città. Lungo la via principale si allineano venditori di paccottiglia, lustrascarpe e… pesatori: così come accade in tante città del sud del mondo, dal Marocco all’India, per uno spicciolo vi fanno salire sulla loro bilancia. Il tutto credo per penuria di bilance, orpello inessenziale in paesi dove l’obesità non è uno dei principali problemi di salute pubblica. Sovrappensiero, mentre cammino urto una bilancia, anzi le do proprio un calcione. Nonostante sappia benissimo che nesuno parla inglese mi scappa un ‘sorry’ in automatico (ma qui, dove si parla curdo, sarebbe forse stato uguale se avessi detto ozur dilerim). Il ragazzino capisce che può spillarmi qualcosa, prende il suo strumento di lavoro e mi corre dietro. Mi mostra la bilancia, ha la lancetta sballata e mi fa capire che devo ripagarla. Capisco subito che la lancetta l’ha sballata lui, variante del classico trucco dello specchietto.

È una di quelle situazioni paradossali e fastidiose che spesso si presentano in viaggio. Quel ragazzo non ha niente e potrei chiudere tutto con pochi soldi, ma l’idea del raggiro mi fa infuriare in modo del tutto esagerato. Controllandomi cerco la rotella per calibrare la bilancia e la sistemo sbuffando, rimettendogli sgarbatamente la bilancia in mano, con forza.  Il ragazzo non si dà per vinto, comincia a sbraitare. Sbraito anch’io e mi allontano. Lui mi rincorre e comincia a pedinare. Mi giro e gli grido ‘polìs, polìs’ (polizia)’ senza voltarmi, mentre ancora mi insegue per alcune centinaia di metri, poi desiste. Ripensandoci, ancora mi sento un po’ ridicolo.

L’ufficio del turismo a Van (e le colazioni)

E’ in un edificio enorme e anonimo. Mi interrogo se sia davvero qui come indicato dalla guida, fuori non ci sono indicazioni. Entro in quella che potrebbe sembrare una vecchia scuola in Italia, di quelle che non vedono una mano di bianco da molto tempo, con i banchi in formica, le sedie accatastate negli sgabuzzini…  una cosa così. In realtà c’è. L’ufficio è in uno stanzone grigio, cadente  e poco illuminato (sovietico, se fosse in Slovacchia, ma qui i Soviet non ci sono mai stati) con diverse persone immerse fra le scartoffie. Il responsabile mi fa accomodare su un divano. È la prima persona che parla inglese che incontro da giorni. Più che altro si esprime a monosillabi, ma basta per capirsi. Comincia a cercare e scartabellare fra pile di fogli, lancia alcuni urli ad altre persone. Io sono un po’ imbarazzato, volevo solo qualche informazione, gli dico che non importa.

Alla fine però, dopo un quarto d’ora, emerge sudato e trionfale dall’ufficio con un opuscolo su Van in italiano un po’ approssimativo, risalente probabilmente a dieci anni prima. Sono il primo italiano ad avere l’onore, forse, di leggerlo. L’impiegato ha evidentemente aspettato anni il momento di consegnarlo a qualcuno e nei suoi occhi si legge la soddisfazione per esserci riuscito. Metà del depliant è dedicata alle fantastiche colazioni servite in città, anche se non capisco esattamente dove. Sulla guida non ce n’è menzione e non ne ho mai sentito parlare. Sul depliant non ci sono indicazioni di sorta e l’uomo mi fa dei gesti che non capisco per dirmi dove sono. Poi comincia a illustrarmi le bellezze di Van sulla cartina. Gli chiedo del gatto e con aria compiaciuta annuisce mi indica genericamente una zona (l’università credo), impossibile sapere di più.

È però il tema delle fantastiche colazioni di Van ad interessarmi, anche perché il depliant mostra numerose foto di invitanti tavole imbandite. Sembra ci siano locali dediti solo a servire colazioni luculliane. Dove, però non è chiaro. Vago un’intera mattina per localizzare questi locali che in realtà sarebbero dozzine. E con un bel po’ di tenacia e di fortuna alla fine trovo i ‘kahvalti salonu’ (pronuncia kavalte con la e chiusa) dove in effetti la colazione è memorabile. Mi spiego con le poche parole di turco che conosco “buyuk” (grande) e la tavola viene praticamente ricoperta di piatti e piattini con uova, verdure, miele, formaggi… Si tratta in effetti di posti affollati e popolarissimi dove la colazione (che si allunga fino a diventare il pranzo, quasi un brunch) diventa una sorta di grande rito collettivo.

aggiornamento 2013:  Con un po’ di ricerca ho scoperto che questo tipo di colazioni è diffusa in tutto l’est (anche Mardin) ed è diventata col tempo popolare anche a ovest, tanto che a Istanbul e in altre città hanno aperto dei locali che servono questa sorta di brunch, come il ‘Van Kahvalti evi’  o il ‘Gazi Vefa Van Kahvaltisi’ a Istanbul

Gazi Vefa Van Kahvaltisi

La colazione del Gazi Vefa Van Kahvaltisi di Istanbul
Ahimè a Van nel 2005 non scattai di foto (era ancora strano fotografare il cibo)
Ma era molto simile…

Il museo di Van

La città non è sempre stata così brutta. L’antica Van, circondata da mura, sorgeva in riva al lago. Secondo le informazioni su wikipedia (a cui mi attengo) all’inizio del secolo scorso (tra 1915 e 1920) nel corso degli scontri fra Armeni e turchi fu rasa al suolo e la consistente popolazione armena deportata o sterminata .  Negli anni successivi fu ricostruita cinque chilometri più a est, lontano dal lago. Inutile dire che la ricostruzione fu fatta senza alcun gusto e con poco criterio, che probabilmente non era la priorità.

La storia del conflitto è raccontata al museo di Van. Accanto a meravigliosi reperti dell’antico regno di Urartu (ottavo, nono secolo prima di cristo) – che i persiani chiamavano già Armenia – c’è una parte dedicata alla storia più recente, al piano di sopra. Un’esperienza surreale e macabra. Scheletri e ossa sono esposti dentro ad alcune teche. Raccontano la versione nazionalista del genocidio armeno: sono i resti di turchi uccisi dagli armeni a inizio secolo.

Il castello di Van

Per arrivare al kale bisogna attraversare cinque chilometri di cadente periferia e arrivare in riva al lago. Messo in guardia sulla possibile presenza di bambini che amano lanciare fitte sassaiole contro i rari turisti appiedati opto per il più sicuro dolmus, mezzo di trasporto amatissimo in tutta la turchia. Si tratta di minibus che funzionano come taxi collettivi: partono solo quando pieni all’inverosimile e hanno percorsi generalmente poco chiari, adattabili in una certa misura alle esigenze di ognuno. Cerco a lungo il dolmus giusto, e vengo accolto calorosamente dagli altri passeggeri che tentano, invano, di illustrarmi le bellezze del lago e di Van. Il gatto? Tutti annuiscono ma nessuno fornisce indicazioni utili. Scendo aspettandomi un fitto lancio di pietre, mi guardo attorno con sospetto, ma non c’è nessuno. Ci sono due ragazzini (senza pietre) che cominciano a seguirmi e insistono per farmi da guida.

Davanti a me c’è solo una rupe rocciosa, il ‘castello’ e il lago ad alcune centinaia di metri di distanza, quindi accetto. Si sale la rupe. Il luogo è di grande fascino. Vedo un enorme iscrizione cuneiforme su un lastrone nero, sicuramente millenaria, e una in greco che reca il nome di Serse. Dalla cima della rupe il panorama è magnifico e malinconico. Nubi minacciose si affollano sul lago, tutt’altro che azzurro come nelle cartoline, ma grigio e minaccioso.  A un certo punto della discesa i ragazzini mi chiedono il conto: una mancia. Do loro quello che ritengo giusto, non una lira di più, ma evidentemente insoddisfatti cominciano a pretendere di più. Anche se sono due bambini comincio a inquietarmi perché non ho idea di come scendere dalla rupe e si sta facendo buio. Alla fine me la cavo aggiungendo un paio di caramelle mou dure come cemento, rimaste in tasca da chissà quando. Chiedo del gatto, ma sono troppo delusi dalla mancia. Mi allontano prima che mi tirino le caramelle.

La chiesa di Akdamar

Chiesa di Akdamar, 2005

Chiesa di Akdamar (foto di Patrick Colgan, 2005)

Campeggia su tutte le cartoline di Van. L’antica cattedrale armena di Akhtamar (921 d.c.) sorge su un’isola al centro del lago azzurro. Chiedo in giro e dopo non poche fatiche rintraccio in un parcheggio fangoso il dolmus giusto per raggiungere l’imbarco, ad alcuni chilometri da Van. Finisco stipato nel minibus con l’autista che continua a ripetere ‘Akdàmar, Akdàmar’. Quando parte? Non ha un orario, a un certo punto parte. Transitiamo per il centro dell’omonimo paese, povero e piuttosto cadente.  Dopo un’adeguata pausa ripartiamo, costeggiamo il lago, che oggi è turchese e punteggiato di spiagge e vengo lasciato (solo a scendere)  a un imbarcadero in mezzo al nulla.

È abbastanza presto e sono l’unico visitatore. Scopro, con mio sconforto, che la barca funziona come il dolums. Parte se e quando è piena, non prima. Mi rassegno ai ritmi d’oriente guardando l’isola e la chiesa che forse non riuscirò mai a vedere, mentre comincia a balenarmi l’idea che in fondo potrei pagare una decina di biglietti per farmi traghettare. Dopo circa un’ora di questi pensieri, come per magia, si materializzano due famiglie con tutto l’occorrente per il barbecue. Alla fine  siamo una decina e il barcone può partire borbottando fumo nero. La chiesa è completamente in rovina, invasa da erbacce (così era al tempo della mia visita, ora è stata restaurata e riaperta come museo, non senza polemiche). Sull’isola non c’è nient’altro e passo ore a guardare le lontane cime innevate. Arrivato all’estremità orientale della Turchia, qua inizia il viaggio di ritorno.

Gatto di Van

Il gatto di Van
(foto di Sara Yeomans, da Flickr cc attribution non-commercial)

Il gatto di Van

E il gatto di Van? Mi accontento di aver visto la statua. Ma ho poi scoperto che in effetti all’Università (fuori dal centro cittadino) c’è un centro di allevamento specializzato, in cui il gatto si può vedere.

Nota: il viaggio è di maggio 2005, quindi da allora tutto potrebbe essere cambiato molto

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