Megijima, l’isola dei demoni

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Su di un’isoletta del mare interno, davanti a Takamatsu. Fra mura di pietra, oni (demoni), spiagge, opere d’arte e una vista spettacolare. Visita a Megijima.

Qualsiasi destinazione turistica estiva, specie di mare, appare desolata fuori stagione. Le eccezioni sono poche. È praticamente intevitabile, del resto: le serrande sono abbassate, gli alberghi chiusi, i locali, quando aperti, sono deserti. Perché è normale che sia così quando la popolazione di un posto decuplica per poche settimane l’anno. Tutto negli altri mesi finisce per apparire arrugginito, opaco, abbandonato, vuoto anche se è solo chiuso per la stagione. Anche le opere d’arte che richiamano tantissimi visitatori in questisola durante la Triennale del Mare interno (che ha il suo centro alla vicina Naoshima) sono chiuse e non si possono visitare.

E così succede a Megijima, isoletta montuosa larga un chilometro e lunga quattro. Emerge dal mare davanti a Takamatsu ed è visitatissima nei weekend d’estate per il mare e in primavera per i suoi ciliegi. Ma durante il resto dell’anno qui vivivono solo circa 150 persone. Così, nonostante il cielo azzurro e la brillante luce novembrina, oggi l’aria è pervasa da una strana malinconia. E si respira un senso di solitudine. La brezza che arriva dal mare sembra volerla spazzare via, senza riuscirci.

Megijima fuori stagione
Visita a Megijima fuori stagione: quasi tutto è chiuso
Il cinema di Megijima
Il cinema, chiuso

Ad aggiungere un tocco surreale c’è uno spiazzante moai dell’isola di Pasqua che mi osserva mentre esco dalla stazione marittima con una bici a pedalata assistita a noleggio. Il moai è una copia, ovviamente. Pare che un’azienda di Takamatsu abbia ricevuto in passato l’incarico di alzare con delle gru le celebri sculture dell’isola di Pasqua e così pensò di fare le prove non con dei semplici pesi, ma realizzando una copia perfetta. Precisione tipicamente giapponese, penso.

Non so se i lavori poi siano andati bene, ma quel moai alla fine è stato messo qui ed è diventato una delle strane attrazioni dell’isola. Del resto a Megijima, pur piccolissima, lo spazio non manca.

moai a megijima
Moai a Megijima (foto di Patrick Colgan)

Il paese

La parte sud del paese, case di legno che si disperdono progressivamente verso la dorsale montuosa dell’isola, è abbracciata da mura robuste. Sono spesse, ma elegantemente arcuate, simili come forma a quelle alla base dei castelli giapponesi. Si chiamano Ōte e sono rivolte verso sud e Takamatsu, come se l’isola volesse difendersi dalla città, marcare la sua separazione. “Noi siamo altro” sembrano dire le fortificazioni. E cè una verità.

Le mura sono una tradizione piuttosto vecchia: difendono il paese dai venti fortissimi dell’inverno (causati dalla topografia dell’isola, pare) che sferzano le case e riversano una gran quantità di acqua di mare su tetti e muri. Sembra poco per giustificare un’opera simile: in effetti il mare un tempo era molto più vicino e in alcuni punti lambiva le pietre della fortificazione. La minaccia era molto più vicina. Ora l’isola è stata allargata artificialmente e c’è una strada fra lacqua e le case.

I grandi muri di Megijima, foto di Patrick Colgan
Una vecchia cartolina di Megijima della prima metà del 900

Poco distante c’è una parte del paese che invece scende fino al mare e alla spiaggia, ritenuta il luogo più romantico dellisola. Il panorama sulla costa dello Shikoku è bello ma a me sembra una striscia di sabbia abbastanza anonima. C’è una coppia seduta, guarda il mare.

Coppia sulla spiaggia a Megijima, foto di Patrick Colgan

Megijima, l’isola di Momotarō

L’isola è piuttosto nota anche per il suo legame (in realtà piuttosto recente) con la vecchia leggenda (o fiaba?) di Momotarō, il ragazzo nato da una pesca. In breve ecco cosa successe, tanto tempo fa: il frutto galleggiava sul fiume e venne trovato da una donna anziana. Quando lo aprì per mangiarlo assieme al marito ne usci però un ragazzino. Più avanti, accompagnato da un cane, un fagiano e una scimmia incontrati per strada Momotarō sconfisse dei crudeli demoni che tormentavano la popolazione, affrontandoli sulla loro isola.

Col tempo la storia venne collegata a Okayama, proprio al di là del mare, e nel secolo scorso uno studioso di storia locale, Sentarō Hashimoto, si disse sicuro di aver individuato Onigashima, l’isola dei demoni: era Megijima, dove in effetti, sul monte alle spalle del paese ci sono delle grandi grotte. La leggenda degli Oni sarebbe nata perché qui si nascondevano pirati che tormentavano la costa. Più probabile, in realtà, che fosse un’antica cava di granito. Ma a me, in fondo, piace credere alle leggende. E la grotta voglio vederla.

La grotta degli oni

Alla grotta degli oni, i demoni, bisogna innanzitutto arrivarci. La bici sarà anche a pedalata assistita, ma la salita che si inerpica fino ai 216 metri della vetta Washigamine è ripidissima e sulle gambe si sente comunque. O forse ho solo sbagliato a maneggiare il cambio della bici.

Visita a Megijima: l”ingresso alla grotta dei demoni. In alto si vedono anche formazioni di basalto geometriche’

La biglietteria-negozio di souvenir è probabilmente immutata da quattro o cinque decenni e mi chiedo quando sia l’ultima volta che qualcuno ha acquistato qualcosa. Mi decido a entrare anche se so già che sarà un’esperienza bizzarra. Ed eccoli i demoni, grassi, con l’espressione feroce e zanne acuminate che mi aspettano all’ingresso della grotta. Sono solo delle statue piuttosto buffe (e decisamente kitsch). Ma comunque rispettate, visto che all’interno della grotta tutti lasciano monete davanti agli Oni, non so se per sentimento di religioso timore o perché ‘non si sa mai’. O, forse, sono semplicemente monete lasciate dai bambini. Del resto la storia del ragazzo nato da una pesca è, a tutti gli effetti, una fiaba.

Nella grotta ci sono anche alcune delle opere della Triennale: sono piccoli demoni di terracotta creati dai bambini delle scuole locali che riempiono alcuni anfratti.

Il panorama

Ma se la grotta degli Oni mi lascia perplesso, l’osservatorio di Washigamine, poco distante, è una meraviglia. E Megijima appare per quello che è, una roccia solitaria nel Mare interno, circondata da un sacco di azzurro (e dalla sua isola ‘gemellla’, la vicinissima Ogijima). Tutt’intorno emergono i profili sbiaditi dalla foschia delle altre isole del Mare interno, un piccolo mondo a sé, lontano anni luce da Tōkyō. Altri pianeti, altre galassie.

Il panorama sul Mare interno

Di fronte, sull’altra vetta dell’isola c’è invece una grande statua di Nichiren, monaco e pensatore buddhista che sembra sorvegliare da lontano la grotta dei demoni. Forse è per questo che non si fanno più vedere.

Riprendo la bici, mi aspetta il traghetto mentre il sole inizia a calare e la luce si fa più calda. Scendo dall’altra parte del monte, per allungare il giro, anche se rischio di far tardi. In questo piccolo mondo dell’isola dove tutto sembra rallentato e un po’ sbiadito, non vedo più la solitudine, ma il verde e l’azzurro, il rumore del mare e del vento. E ripensare a quei demoni panciuti sorvegliati dal monaco severo mi mette il sorriso. Forse sarei dovuto restare un po’ di più.

Se solo avessi visto un ryokan o un minshuku aperti.

Sagome che mostrano momotaro e gli oni

Come visitare Megijima

Ci sono frequenti partenze di traghetti da Takamatsu, che collegano anche la vicina Ogijima. Sono le uniche tratte nel momento in cui scrivo: per andare a Naoshima o Shodoshima, per esempio, bisogna sempre tornare a Takamatsu.

Megijima può essere visitata a piedi se si ha voglia di camminare, ma è più agevole noleggiare una bicicletta (quelle a pedalata assistita consentono di salire alla grotta degli oni più agevolmente). Ci sono comunque anche dei bus.

Calcolate almeno 4-5 ore per una visita a Megijima. Ma ci si può passare volentieri una giornata, anche se non c’è davvero molto da vedere. Chi è incuriosito dalla peculiare atmosfera dell’isola potrebbe però apprezzare il pernottamento. Alla stazione marittima c’è anche un ristorante self service che serve soba e tempura anche in bassa stagione e funge un po’ da ritrovo degli isolani.

Ho scritto un post con un itinerario nello Shikoku che può, ovviamente, toccare anche Megijima.

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