Tre giorni a Siem Reap

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Cambogia, per andare ad Angkor dovete passare da Siem Reap, è inevitabile

Infine, dopo la campagna solenne e sfregiata dei contadini esausti, ecco luci intense, alberghi di lusso, casinò, locali notturni, club di striptease, ristoranti di lusso: Siem Reap, vicino all’antica Angkor.
Un treno fantasma verso la stella dell’Est – Paul Theroux

Ci vogliono almeno due giorni pieni, meglio tre, per vedere Angkor. E’ vero, ma significa anche che si devono passare tre giorni in quel gorgo di Siem Reap. E’ il pensiero fisso, un po’ preoccupato che ho da quando abbiamo pianificato il viaggio. Il nostro albergo è volutamente ai margini della città, in una zona tranquilla, accanto al tempio Wat Damnak. Ma l’arrivo in tuk tuk è comunque ruvido, frastornante. Le orde di motorini (mai visti così tanti, tutti assieme), le zaffate di gas di scarico e l’autista che forse per fartela vedere, quasi che fosse un motivo di lustro per la città, ti fa attraversare Pub street. Si chiama proprio così ed è la via sulla quale si affacciano bar fracassoni pieni di backpacker che approfittano della birra economica e centri per massaggi ai piedi organizzati in batteria. All’arrivo mi prende un po’ di ansia che mi si appiccica come l’aria densa di umidità.

Perché tante moto e motorini? Pochi hanno i soldi per comprarsi un'auto

Perché tante moto e motorini? Pochi hanno i soldi per comprarsi un’auto (foto di Patrick Colgan, 2015)

Un tocco di stile italiano a Siem Reap

Un tocco di stile italiano a Siem Reap (foto di Patrick Colgan, 2015)

Pacchiana, rumorosa, insincera, costosa. Siem Reap è tutto questo, un non luogo sul pancake trail battuto da tanti viaggiatori nel sud est asiatico con qualche bella casa francese.
Eppure passare tre giorni in un posto sono un lusso che capita raramente a chi deve ragionare in orizzonti di tempo ristretti. E dandole un po’ di spazio alla fine anche questa città rivela lati interessanti nei ritagli di giornata (la sera soprattutto) lasciati liberi dalle bellissime, estenuanti visite dei templi di Angkor. Lontano dal chiasso, dalle bancarelle di magliette e souvenir dozzinali e da quei viaggiatori che usano il viaggio come scusa per ubriacarsi tutte le sere, si trova una città con poca grazia, ma più accogliente. Forse alcuni di questi posti non sono più autentici di Pub street (e comunque alla fine è tutto autentico e prodotto di una serie di eventi e di una cultura), ma più umani, più tranquilli. E la presenza di soldi e turisti fa sì che qui, oltre ai souvenir dozzinali esposti in gran parte dei mercati, si concentrino anche persone e storie.

Basta accettare che Siem Reap è così, abbandonare qualsiasi resistenza.

La scuola di cucito

Nella quiete del tempio Wat Damnak opera per esempio l’associazione Life & Hope che qui ha una scuola professionale di cucito per le ragazze dei villaggi o povere. Gestita dai monaci e da personale locale insegna il mestiere e l’inglese. Non vogliamo interferire, qui si studia e le scuole non sono attrazioni turistiche. Ci facciamo spiegare le attività dell’associazione e compriamo alcuni piccoli lavori delle ragazze, fra i meno costosi: molto belli.

Il fiume Siem Reap

Il fiume Siem Reap (foto di Patrick Colgan, 2015)

Il teatro d’ombre

La stessa sera dobbiamo guidare noi l’autista del tuk tuk fino all’albergo La Noria lungo il fiume, in una zona che sembra molto più lontana dal chiasso e dalle luci di quanto lo sia davvero. Forse è solo perché è uno dei suoi primi giorni di lavoro, il ragazzo sembra smarrito. La spiegazione è semplice: molti guidatori di tuk tuk arrivano dai villaggi e spesso non conoscono la città (qui al punto 7 un’ulteriore conferma).

Certo, la cucina di questo ristorante elegante non ha niente in comune con quello che si mangia nei villaggi e nel 99 per cento del resto della Cambogia. Ma è ottima ed economica per gli standard occidentali. E’ sicuramente uno dei piaceri in cui si può indulgere più facilmente.

La Noria: involtini di mango e granchio

La Noria: involtini di mango e granchio (foto di Patrick Colgan, 2015)

Il delizioso amok

Il delizioso amok, pesce cotto con latte di cocco e spezie, qui servito in una foglia di banano (foto di Patrick Colgan, 2015)

Siamo venuti qui per regalarci una cena speciale, certo, ma anche per assistere allo spettacolo di marionette tradizionali (teatro d’ombre) che si tiene ogni mercoledì sera. E’ tutto esaurito e non abbiamo prenotato, ma ci trovano un posto accanto a un’altra coppia che ci accoglie sorridente. I bambini delle scuole che frequentano i corsi dell’associazione Krousar-Thmey imparano le arti locali e tengono uno spettacolo ogni mercoledì sera alle 19. E’ tutto in cambogiano, ma le spiegazioni che ci hanno fornito ci consentono di seguire le vicende, che toccano temi universali.

Il teatro d'ombre

Il teatro d’ombre

Al ritorno, passeggiando lungo il fiume, passiamo davanti a una sala dove si tiene una festa di matrimonio. Ci sono balli e un’atmosfera allegra. Non riusciamo a resistere alla tentazione di sbirciare: ci siamo appena sposati e ripensiamo alla nostra festa, ma solo per qualche secondo. Non vogliamo disturbare.

I locali

A Siem Reap non ci si annoia. C’è gente da tutto il mondo e si incontra spesso qualcuno con cui scambiare due chiacchiere. Se si vuole ballare si balla, ma si può trovare anche qualche spazio di quiete. Noi lo troviamo in un reticolo di vie non troppo lontane da Pub street e dagli insistenti autisti di tuk tuk. Qui, nel quartiere francese, si concentrano alcuni locali più tranquilli (e a volte un po’ più cari). Asana è ospitato in quella che forse è l’ultima delle vecchie case in legno della città. E’ un posto per turisti, ovviamente, ma confortevole, accogliente e sempre piuttosto vuoto. Le sue grandi amache diventano il nostro piccolo rifugio serale.

Siem Reap non è particolarmente aggraziata

Siem Reap non è particolarmente aggraziata (foto di Patrick Colgan, 2015)

E in fondo faccio una piccola confessione: a Siem Reap il nostro albergo (ex Damnak Kunthea villa, ora Baystone resort) per quanto economico aveva la piscina. Non avrei mai creduto di dirlo, ma dopo il caldo e la fatica di Angkor, immergersi era la cosa più rilassante che ci fosse. Aspettavo quel momento.

Il giorno dopo, quando abbiamo preso la barca per andare a Battambang, pensavo che forse sarei rimasto ancora volentieri se avessi avuto tempo. E’ il problema con questi posti troppo accoglienti e irreali, alla fine quasi ti fanno dimenticare lo scopo del viaggio e il Paese in cui ti trovi.

⇒⇒ Leggi il mio post su Angkor: il sorriso del Bayon al tramonto

Altri link sulla Cambogia:

 

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3 Commenti

Teresa Maggio 19, 2016 - 7:14 pm

Questo è uno dei posti che desidero vedere, sicuramente prima o poi ci andrò… e questo articolo è stato molto utile!

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Roberta Giugno 30, 2016 - 4:38 pm

Siem Reap mi attira moltissimo. Come scrivi te non è graziosa, ma accogliente. Questa è la cosa che mi fa impazzire del sud est asistico. Capisco quando parli della piscina. Per me è stata di fondamentale aiuto per sconfiggere il caldo di Bangkok.

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patrickcolgan Luglio 10, 2016 - 6:18 pm

Eh infatti, io non sono proprio un tipo da albergo con piscina. Ma con quel caldo non vedevo l’ora di fare un tuffo a fine giornata!

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