In visita a un villaggio Himba

di

Namibia, nella regione del Kaokoland, nel nord del Paese, per la visita a un villaggio Himba

Tutti i viaggi sono anche viaggi nel tempo (Paul Theroux)

Il fuoristrada sobbalza sullo sterrato sotto a un cielo terso. La strada è immersa in una distesa di terra rossa, bassi alberi di mopane e arbusti che si perde nell’orizzonte e continua forse per decine o centinaia di chilometri.  Sembra un oceano impenetrabile: è l’unica analogia che mi viene in mente se cerco di descrivere la percezione di una dimensione che stento a comprendere. Ogni tanto a lato della strada compare qualche baracca, o un villaggio. E poi, molti chilometri dopo, si vedono bambini, un vecchio sotto a un albero o un gruppo di anziani che arrancano lungo la strada, oppure una donna herero con un vestito sgargiante e un largo cappello. Io freno e mi sposto al centro della strada per non inondarli di polvere. E intanto colgo il momento per guardarli con un po’ di sconcerto: dove vengano e dove vadano, spesso, è impossibile dirlo.

Visita al villaggio himba: Toyota Hillux

John e Letizia davanti alla nostra auto, un Toyota Hillux (foto di Bikeinafrica)

La partenza da Opuwo

Lo scrittore di viaggio Paul Theroux, definisce l’Africa “The greenest continent”. E noi  ci siamo in mezzo. Siamo partiti da Opuwo, cittadina di frontiera nel vero senso della parola. Le sue case sparse, ammucchiate sulla striscia d’asfalto comparsa solo pochi anni fa sono l’ultimo avamposto di ‘civiltà’ prima di una distesa infinita di bush. Del resto, in lingua locale, il nome di questo abitato di cinquemila persone significa ‘la fine’. E qui su questa linea di frontiera, si mescolano le etnie della zona. E’ come se epoche distanti si toccassero. Ci sono le donne dei villaggi himba praticamente nude che se ne stanno sedute a gruppetti a lato della strada con le provviste acquistate al supermercato. Accanto ci sono i namibiani vestiti all’occidentale, il traffico di fuoristrada e pickup. Sono mondi che si sfiorano senza incontrarsi mai.

Ma ora Opuwo sembra lontana, un pianeta che orbita intorno a un’altra stella. Ora siamo diretti verso nord, nel Kaokoland, in quel bush sterminato che prosegue fino all’Angola. Il nostro Toyota Hillux non è mai stato così pesante in questo viaggio. Ci siamo io e Letizia. E poi Marcu Bogdan, o Marcos, un ragazzo romeno che è arrivato in Namibia dal Cairo, pedalando sulla sua bicicletta che ora però è in riparazione nella capitale Windhoek. E infine c’è John, la guida che ci porterà a visitare un villaggio degli himba, il suo popolo. Giovanissimo, da alcuni anni fa la guida e, passo dopo passo, ha realizzato un piccolo campeggio a nord di Opuwo, dove manca ancora l’elettricità. E poi un museo dedicato alle tradizioni del suo popolo. Con lui ieri sera abbiamo caricato la macchina di farina di mais, pagnotte e altro cibo che rappresenta il nostro ‘dono’ al capo del villaggio.

Visita a un villaggio Himba

Visita a un villaggio Himba (foto di Patrick Colgan, 2017)

Improvvisamente devo frenare, e sento il mezzo che sbanda leggermente mentre le ruote cercano l’attrito sull’asfalto. Due bambini himba stanno attraversando la strada con un gregge di capre. Anzi, a ben vedere hanno occupato la strada, perché le capre non sembrano volersene andare. Un bambino si avvicina alla nostra auto, quando John dice: “Wait a second”. Imbraccia un bastone che aveva con sé e si lancia fuori urlando, correndo dietro al bambino che scappa terrorizzato, mentre l’altro libera istantaneamente la strada dalle capre.

“Gli ho detto che se lo rifaceva l’avrei bastonato sulla schiena”, dice John, impassibile. A noi viene quasi da ridere, la scena è stata comica, ma lui resta serio e spiega che tentare di bloccare le auto dei turisti per chiedere caramelle o, a volte, soldi, non solo è sbagliato, ma pericoloso. “Un bambino è stato investito tempo fa da queste parti”. Non so se sia vero o meno: su internet non ne ho poi trovato conferme, anche se da queste parti i morti finiscono nelle brevi dei quotidiani (o almeno nei giornali che ho letto). Ma è plausibile e come invito a fare particolare attenzione quando guido funziona perfettamente.

Visita a un villaggio Himba (foto di Patrick Colgan, 2017)

Visita a un villaggio Himba (foto di Patrick Colgan, 2017)

Il villaggio degli Himba

Ci siamo infilati in una strada sconnessa che si infila nella boscaglia a una cinquantina di chilometri a nord di Opuwo e siamo arrivati a uno spiazzo. Ci sono un pickup scassato e una staccionata: è il villaggio himba al quale eravamo diretti. Dentro al recinto ci sono poche capanne, costituite da un singolo ambiente di pochi metri quadrati. Sono costruite con argilla e letame.

John è andato a parlare col capo villaggio. E mentre aspettiamo di poter entrare veniamo accolti da un gruppo di bambini che ci guardano incuriositi. Poi entriamo con questo sciame di ragazzini che ci segue ovunque. Un altro viaggio nel tempo, un altro sfasamento. Potrebbe essere anche un secolo fa se non fosse per alcuni particolari: il vecchio telefonino che il capo del villaggio porta in cintura e le magliette e camicie colorate che portano gli uomini sopra a un pareo legato in vita. L’acconciatura e gli ornamenti che portano sono invece quelli della tradizione.

Il villaggio Himba, Namibia

Il villaggio Himba, Namibia (foto di Patrick Colgan, 2017)

Le donne e ragazze invece sono probabilmente indistinguibili rispetto alle loro antenate di un secolo fa, esattamente come quelle che avevamo visto in città. La pelle è ricoperta di ocra, e ha un colore rossastro, lucido. Anche capelli sono ricoperti di argilla rossa, raccolti in grosse trecce (simili a dreadlocks) che si aprono solo in fondo in piccole nuvole di capelli crespi e nerissimi. Sono simili a extension, ci viene spiegato. E addosso hanno innumerevoli collane, bracciali, anelli e un gonnellino in cuoio. Hanno chili di ornamenti. E fanno lavori pesanti. Sono fotogeniche, ma non posso non notare un’espressione malinconica. Simile a quella che ho visto in altre foto di contadini ad altre latitudini. Forse non è malinconia, è solo il velo della fatica.

Una ragazza himba, Namibi

Una ragazza himba, Namibia (foto di Patrick Colgan, 2017)

Una ragazza himba, Namibia

Una ragazza himba, Namibia (Foto di Patrick Colgan, 2017)

Tutte lavorano, nessuna sta con le mani in mano e sembrano avere le mansioni più faticose: accudiscono i bambini più piccoli, preparano il cibo, lavorano i loro indumenti, mungono le mucche. Le mucche, sono proprio loro il centro dell’economia del villaggio, ci spiega John.  I villaggi con più mucche sono i più ricchi. Gli uomini, atletici e loquaci, si occupano degli animali. Molti sono fuori, con le capre. I giovani che sono rimasti al villaggio invece si dedicano ai bovini. Alle volte una mucca si divincola, scappa e il nostro istinto di sopravvivenza occidentale traduce l’informazione visiva in un “darsi alla fuga precipitosa”. Assistiamo anche alla cruenta castrazione di un giovane toro (che, con nostra sorpresa, non emette un suono).

Una ragazza himba, Namibia

Una ragazza himba, Namibia (foto di Patrick Colgan, 2017)

Visitare un villaggio himba in Namibia

Visitare un villaggio himba in Namibia (foto di Patrick Colgan, 2017)

Una ragazza himba con i capelli sciolti

Una ragazza himba con i capelli sciolti (foto di Patrick Colgan, 2017)

Marcos è perplesso, non è mai stato in un villaggio simile durante il suo viaggio, ma trova l’atmosfera un po’finta: ovviamente sono abituati alla presenza di turisti, ma il villaggio è certamente autentico. E nessuno ci chiede nulla. A parte il capo, che ci chiederà un contributo extra per curarsi un ginocchio. Per il resto la comunicazione, con John che ci fa da traduttore, è fatta di domande senza risposta, di silenzi. Una ragazza dice a Marcos che vorrebbe andare in Europa con lui. Poi cambia argomento. Forse era solo una battuta.

E’ un normale giorno nel villaggio, identico probabilmente a mille altri se non fosse per la presenza degli stranieri che hanno portato pagnotte, qui ritenute una rara prelibatezza, sparite in pochi secondi sotto l’assalto ingolosito dei ragazzi. Il vero problema è che non riesco né a giudicare, né a capire quello che vedo.
Mi chiedo se questo villaggio ha bisogno di qualcosa, deve cambiare. Sicuramente c’è bisogno di un medico, di cure quando necessario. Ma per il resto non riesco a capire se debba avere l’elettricità (c’è in una sola capanna) e tutto il resto, se deve assomigliare a quei villaggi di baracche in lamiera vicini alla strada che sembravano molto più poveri.

Per una volta me ne vado con troppi interrogativi e senza risposte, neanche di quelle che terrei per me e non mi azzarderei a scrivere. Mi lascio dietro un altro giorno che passa in una routine immutata, sempre uguale a se stessa, in cui il tempo, un altro tempo, sembra, per ora, circolare. E chissà quanti altri di questi cerchi ci sono, in questo oceano verde.

Ragazza himba, Namibia

Ragazza himba, Namibia (foto di Patrick Colgan, 2017)

Informazioni utili e link

  • Compagna di viaggio. La stessa mattina visto da mia moglie, sul blog Persorsi
  • Compagno di viaggio. Il post di Marcos sulla visita (in romeno)
  • La guida. Se volete contattare John per la visita a un villaggio Himba, scrivetemi.
  • Alloggi. A Opuwo non ci sono molti alloggi: il costoso Opuwo lodge (anche camping), che sorge su una collina sopra la città e la graziosa, economica Abba guesthouse, che sorge proprio di fronte a una scuola, in centro. Circa 40 km a nord di Opuwo c’è il camping di John: spartano, ma davvero immerso nella natura.
  • Epupa Falls. Circa 180 km a nord di Opuwo ci sono le famose Epupa falls, al confine con l’Angola: purtroppo non abbiamo potuto visitarle
  • Arrivare a Opuwo. La città è circa 195 km a nord della Galton Gate dell’Etosha National Park e a 260 da Kamanjab, lungo un’ottima strada asfaltata, praticamente sempre dritta.

Altri post sulla Namibia

  1. La Namibia in auto – informazioni pratiche
  2. Le dune di Sossusvlei – viaggio a Sossusvlei e Dead Vlei
  3. Da Swakopmund a Sandwich Harbour
  4. In viaggio sulla Skeleton Coast
  5. Le incisioni rupestri di Twyfelfontein
  6. A Opuwo, visita a un villaggio Himba
  7. Nell’Etosha per vedere gli animali

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12 Commenti

Barbara Luglio 6, 2017 - 10:39 am

Bellissimo racconto, come sempre…..La mia idea era quella di arrivare all’Epupa Falls Campsite e passare due notti là visitando un villaggio Himba e le cascate. Il costo della visita al villaggio é carissimo 750 N$ a testa (ca.100 Euro), ma il sito dice “Epupa Falls Lodge pride itself that it is the only lodge in the area that offers the local Himba guides to take out clients without employing them. This means, the guide is able to make a living for himself and what the guest pays is what the guide receives”.
Sarà vero ? La guida lo dividerà con gli altri membri del villaggio o lo terrà per sè ? L’alternativa é, come avete fatto voi, fare tappa a Opuwo e visitare villaggio e cascate da lì, ma forse entrambi in una giornata é troppo pesante.

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patrickcolgan Luglio 6, 2017 - 1:26 pm

Ciao!
Andiamo per punti…
750 N$ sono in realtà circa 50 euro a testa (io mi sono sempre basato su 400= 30 euro circa mentre ero là) quindi è un costo grossomodo in linea con quanto abbiamo speso con la nostra guida (compresi i ‘doni’ per gli himba).
La guida probabilmente darà qualcosa al capo del villaggio che per esperienza, ma potrei sbagliarmi, mi sembra il modo meno invasivo per gestire le visite.
Fare il viaggio in giornata da Opuwo a Epupa falls, visitando anche gli himba, partendo presto è possibile (e John stesso lo caldeggiava), ma è sicuramente stancante (considera oltre 3 ore da Opuwo alle falls, strada sterrata che,è in discrete condizioni e peggiora solo alla fine, così ci hanno detto).
Se hai altre domande sono qui!

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Barbara Luglio 6, 2017 - 2:48 pm

Grazie mille, in effetti i 100 euro sono per 2 persone (viaggiamo in coppia). Allora porto avanti il mio progetto delle due notti a Epupa Falls. Grazie e attendo nuovi articoli.

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Travelgudu Luglio 21, 2017 - 12:47 pm

Fantastico blog.
Anche noi siamo stati in Namibia nel 2011 girandola quasi tutta con un fuoristrada.
E’ un posto magico e gli Himba un popolo meraviglioso.

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cris Luglio 27, 2017 - 11:42 pm

Ciao Patrick!
Non so se ricordi, ti avevo scrtto tempo fa per sapere se in Namibia accettavano carte di credito per fare benzina 🙂
Sono tornata dalla Namibia ormai da un po’ (purtroppo non così entusiasta come mi aspettavo) ma con le tue stesse perplessità su popolo himba.
Ho visitato un villaggio alle Epupa e la nostra guida ci ha parlato molto chiaro: nonostante più o meno ovunque si legga degli himba come di un popolo che ‘rifiuta la modernità’, la verità è che le nuove generazioni stanno cercando di cambiare, attirate dal progresso… Gli utensili in plastica si sostiuiscono a quelli in legno (che per essere prodotti richiedono giorni di lavoro), i cosmetici a poco prezzo al tradizionale unguento rosso e… le nuovissime generazioni nemmeno si spalmano più il corpo. Difficile dire cosa (se?) resterà di questo popolo tra 20 anni…
Forse gli occidentali sono troppo legati al mito del buon selvaggio, peccato che anche il ‘selvaggio’ prima o poi senta l’esigenza di non essere più tale.
Un saluto,
cris

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Barbara Luglio 28, 2017 - 4:57 pm

Ciao Cris,
puoi raccontarci come mai la Namibia non ti ha entusiasmato quanto ti aspettavi ? Sarebbe interessante sentire un punto di vista diverso rispetto ai commenti che, generalmente, si leggono in rete.

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cris Luglio 29, 2017 - 9:32 pm

Ciao Barbara,
io vivo in Africa da tre anni ormai (Congo e Angola) e, Namibia compresa, ho visitato altri 8 stati… quindi l’Africa, un pochino la conosco.
Due motivi mi hanno spinto a visitare la Namibia: un amico che però fa solo super off-road nel nord del Paese (lontano da ogni itinerario classico) e la gigantesca operazione di mktg turistico che si sta facendo nei confronti di questo Paese negli ultimi anni.
Ho scelto di fare – contrariamente a quel mio amico – un on the road piuttosto comune (lo vedi sul mio blog se vuoi darci un’occhiata) e, nonostante alcune tappe siano state davvero apprezzabili – Sossuslvlei, Sandwich Harbour e soprattutto il Damaraland – con la Namibia nn è scattato il colpo di fulmine.
Probabilmente sono io che sono abituata a un altro tipo di Africa: piena di gente e di animali (che in Namibia, credimi, sono veramente pochi rispetto ad altri stati, anche se in Damaraland ci sono le specie desert-adapted, tipo elefanti, rinoceronti e leoni e quando riesci a scovarli è un vero piacere) e quindi… niente, ho trovato la Namibia quasi – permettimi – noiosa. Che è un parolone, lo so. Ma mentre tornerei ad occhi chiusi in Sudafrica, Botswana, Tanzania.. con la Namibia so di aver chiuso. Della serie ‘non sei tu, sono io’: non è l’Africa chiassosa e brulicante a cui sono abituata. E’ un’Africa vuota e decisamente troppo silenziosa, che non fa per me. Se fosse stato il mio primo stato africano in assoluto, certo il mo giudizio sarebbe stato diverso ma, avendo più termini di paragone, la penso così.
Una persona che ha girato il continente in lungo e in largo e che vive qui in Angola mi ha detto sulla Namibia ‘good but not wow’, ed è esattamente così che mi sono sentita al ritorno. Tutto qui 🙂

– Scusa Patrick per il papiro! –

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Barbara Luglio 30, 2017 - 10:36 am

Ciao Cris, sei stata gentilissima. Anche io ho girato tanto l’Africa, ma da turista (non ci ho mai vissuto) e capisco perfettamente quello che vuoi dire. Non troverò il chiasso delle stazioni dei daladala in Tanzania o del porto di Mopti con le pinasse stracariche di merce, il “delirio” del mercato di Kumasi o l’unicità delle cascate Vittoria. Vedremo, forse la Namibia mi colpirà proprio per i suoi spazi, silenzi e solitudine. Anche noi faremo un giro piuttosto classico, ma arriveremo alle Epupa e faremo il Caprivi fino a Divundu, per vedere anche un paesaggio meno arido.
Vi saprò dire al mio ritorno.
Puoi per cortesia darmi l’indirizzo del tuo blog ? Puoi vedere alcune delle nostre mete africane qui https://www.flickr.com/photos/15580585@N02/ (manca tanto perché una volta non esisteva la macchina digitale e dovremmo fare la scansione delle diapositive….)
Grazie mille.

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patrickcolgan Luglio 30, 2017 - 11:05 am

Non so se sia davvero ‘gigantesca’ l’operazione di marketing della Namibia. Piace molto perché è accessibile per chi vuole fare un viaggio indipendente (Africa for beginners la chiamano). Poi, lo dicono tutti, è un Paese molto divers, particolare. È un viaggio di paesaggi più che di incontri credo anche di averlo scritto da qualche parte…

Interessantissimo leggervi!

Ps sugli himba il processo che descrivi è in corso. Sui san è già compiuto

Reply
Cris Luglio 30, 2017 - 12:09 pm

Barbara, aspetto allora il tuo parere al ritorno dal viaggio! Il mio blog e’: http://www.drive-mycar.com

Patrick, forse è proprio questo il punto: in Africa sono abituata agli incontri, per i paesaggi preferisco altre mete 🙂 Mi è venuto da dire ‘gigantesca’ più che altro perché vedo un numero esagerato di persone scegliere la Namibia come destinazione, anche gente che viaggia molto poco… per dire, un amico non è mai uscito in 40 anni dall’ Europa, quest’anno si è lanciato e dov’è andato? In Namibia! Mah!

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Luca Giugno 26, 2018 - 12:09 pm

Complimenti per gli articoli sulla Namibia, molto interessanti ed anche utili.
Ho in programma di andarci (volo già prenotato), il prossimo maggio 2019. Vorrei avere informazioni sulla guida John per la visita a un villaggio Himba e per pernottare nel suo campeggio a nord di Opuwo. E’ possibile avere i riferimenti di John?
Grazie!
Saluti,
Luca

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patrickcolgan Giugno 26, 2018 - 12:16 pm

ciao! scrivimi in privato tramite la pagina Facebook del blog

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