Burma VJ

di

Un documentario scioccante e importante sulla Birmania (O Myanmar)

Come segnala Milleorienti in questi giorni sarà proiettato in alcune città italiane uno dei documentari candidati all’Oscar. Un film di cui naturalmente si è parlato pochissimo mentre tutta l’attenzione era rivolta altrove.

Come sempre, quando si tratta di documentari, vederlo sarà un’impresa. Ma si tratta di un documentario importante, dal momento che la Birmania – Myanmar, per quanto aperto, con molti limiti, al turismo, è un Paese dal quale escono pochissime notizie sulle cose realmente importanti. E le poche che escono sono assurde, agghiaccianti, incredibili. Dopo le proteste e manifestazioni della ‘rivoluzione Zafferano’ del 2007 sul paese, governato da una delle dittature più spietate al mondo, è calato il silenzio. E’ tornato uno dei tanti buchi neri del globo (ma per saperne di più suggerisco per esempio  ‘Premiata macelleria delle Indie’ di Alessandro Gilioli). Il documentario raccoglie le immagini delle proteste del 2007 girate e fatte uscire dal paese dagli attivisti a rischio della loro vita.

Lavoro permettendo, farò di tutto per andare domani sera (10 marzo) alla proiezione del cinema Lumière di Bologna.

Dal distributore del film www.cineagenzia.it l’elenco delle proiezioni:

Marzo
Bologna | Cinema Lumière | Mercoledì 10.3 ore 22.15
Torino | Cinema Massimo | Sabato 20.3 ore 21.00
Torino | Cinema Massimo | Domenica 21.3 ore 16.30
Udine | Cinema Visionario | Mercoledì 24.3 ore 20.30
Pordenone | Cinemazero | Giovedì 25.3 ore 20.45

 Aprile
Firenze | Cinema Auditorium Stensen | Giovedì 1.4 ore 21.00
Milano | Spazio Oberdan | Mercoledì 7.4 ore 21.15
Rovereto | Nuovo Cineforum | Martedì 13.4 ore 21.00

update: ecco il trailer

Per saperne di più: 2007 burmese anti-government protests (wikipedia)

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0 Commenti

marco restelli Marzo 9, 2010 - 6:51 pm

Grazie della segnalazione, Patrick. E complimenti per il tuo interessante blog. Facci sapere come finirà il tuo tour nelle più tristi località brittaniche..:-)
ciao
Marco/MilleOrienti

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Carlo Di Nuccio Marzo 10, 2010 - 11:52 am

molto bello, io l’ho visto a roma. delle persone presenti in sala, credo che solo il 10 percento fosse al corrente di cosa si trattasse.

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patrick Marzo 10, 2010 - 2:56 pm

Marco: grazie della visita! Sull’Inghilterra ne farò sicuramente un post, o qualcosa di più…

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patrick Marzo 11, 2010 - 11:30 am

Carlo: forse è meglio, l’importante in effetti è che lo vedano persone che della Birmania sanno poco o niente. Certo però che la visione lascia un senso di dolore e frustrazione enorme.

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Carlo Di Nuccio Marzo 11, 2010 - 1:15 pm

ciao patrick, sono d’accordo con te sul pubblico, ma non così d’accordo su ciò che mi ha lasciato la visione del film. la prima sensazione è stata sicuramente quella della rabbia, ma poi ancora più forte l’ammirazione per i VJ.
ciao

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patrick Marzo 11, 2010 - 1:24 pm

carlo: non intendevo dire che mi ha lasciato ‘solo’ dolore, rabbia e frustrazione. Allo stesso tempo ho provato ammirazione sia per i vj – chiedendomi per tutto il film se avrei avuto lo stesso coraggio, la stessa perserveranza – che per tutte le persone che hanno manifestato a rischio della vita.

Però alla fine non ho potuto fare a meno di provare lo stesso senso di frustrazione di cui loro stessi parlano a inizio film.

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Carlo Di Nuccio Marzo 11, 2010 - 1:27 pm

Ok. hai ragione. a me ha colpito molto il sospetto per l’altro. ti ricordi la scena di quando sono in autobus? terribile. penso ai khmer rossi o al pathet lao.

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patrick Marzo 11, 2010 - 1:34 pm

Quella scena sul bus ha colpito particolarmente anche me. Perché rende inquietante una scena di vita quotidiana. Così come nella scena prima il fermo immagine di quella donna che guarda verso la telecamera.

Mi ha fatto venire in mente tutti i racconti letti fra libri e giornali di chi ha vissuto in regimi autoritari o totalitari. Anche Germania est, Unione sovietica, Romania, Corea del Nord… per parlare di politica si dovevano usare metafore apparentemente innocue, o parlare del tempo. Perché non sapevi mai con chi stavi parlando, perché il sospetto diventava paranoia e terrore.

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