In Cina senza visto: Shanghai e dintorni

di patrickcolgan

Viaggio dalla metropoli simbolo della nuova Cina ai paesi della foce dello Yangtze e alle piantagioni di tè di Longjing. Tutto senza visto. Vi spiego come fare il visto di transito per 144 ore a Shanghai e il mio itinerario.

Non puoi capire il Giappone se non sei stato in Cina, mi avevano detto. E in effetti la Cina mi chiamava da anni. Tornava continuamente nelle mie letture, nei sogni di viaggio. E poi lo stesso concetto ricompariva come ammonimento ogni volta che approfondivo aspetti della storia, dell’arte, della cultura e della lingua del mio amato Giappone. E poi avevo girato tutta l’Asia e ancora non avevo messo piede in Cina.

Il problema però era sempre lo stesso, il maledetto visto: negli ultimi anni ho spesso dovuto organizzare viaggi con poco anticipo, anche solo due settimane (o meno!), e i tempi erano sempre troppo stretti per fare le pratiche, per quanto rapide.  E poi odio la burocrazia e riempire moduli è un’attività che trovo estenuante.

Le piantagioni di tè di Longjing

Cina, le piantagioni di tè di Longjing (foto di Letizia Gamberini, 2019)

Ed ero di nuovo a questo stesso punto: un viaggio di due settimane da organizzare in poco tempo, alla partenza mancavano una dozzina di giorni. Poi mi sono ricordato di qualcosa che avevo letto da qualche parte, che si poteva andare in Cina senza visto. In realtà è più corretto parlare di visto di transito, ho poi scoperto mentre leggevo i post sull’argomento. E ho scoperto che con i voli economici per il Giappone con scalo in Cina saremmo potuti restare fino a una settimana nella zona di Shanghai o Pechino e poi andare in Giappone per un’altra settimana.

In questo post, quasi esclusivamente informativo, vi racconto gli aspetti pratici e velocemente l’itinerario del nostro breve viaggio in Cina. Poi nei prossimi post vi racconterò in maniera più approfondita i luoghi.

Come funziona il visto di transito

Partiamo dalle basi. Il visto di transito è concesso a chi si ferma in Cina nell’ambito di un viaggio verso un Paese terzo. E deve avere già un biglietto confermato, aereo o navale. Quindi non va bene Italia-Cina-Italia, ma va bene Italia-Cina-Giappone. E’ necessario avere almeno la prima notte in Cina prenotata, quindi è bene stampare la conferma e portarla al check-in (più dettagli in seguito).

Molte di queste tratte sono verso i Paesi dell’Asia e servite da Air China, naturalmente.

Quanto dura il visto di transito

Le regole cambiano da zona a zona. Al momento in cui scrivo chi atterra a Shanghai può restare 144 ore e spostarsi liberamente anche nelle regioni dello Zhejang e dello Jiangsu.

Chi atterra a Pechino può restare 144 ore e spostarsi anche nelle regioni di Tianjin ed Hebei.

Chi atterra a Chengdu può restare 144 ore, ma solo all’interno dello Shichuan.

Si può uscire anche da una città differente da quella di ingresso. Quindi se atterro a Shanghai posso ripartire da Hangzhou (che è nello Zhejang).

Come si calcolano le 144 ore? Innanzitutto sarebbero sei giorni (24×6=144). Le 144 ore si calcolano dalla mezzanotte del giorno di arrivo, quindi in realtà il tempo di permanenza consentito è un po’ di più.

Qui trovate altre informazioni sul visto di transito.

Come funziona in pratica

Ci sono alcuni siti che suggeriscono di informare in precedenza la compagnia aerea. In realtà, da quanto ho verificato su altre fonti e provato personalmente, non va fatto nulla di particolare in anticipo. Ci si presenta semplicemente al check in e si spiega di voler utilizzare il visto di transito. A quel punto il personale dovrà verificare che tutto sia in ordine e controllerà anche la prenotazione dell’albergo in Cina. Quindi vi consegnerà i vostri boarding pass.

Vi racconto la mia esperienza all’aeroporto di Shanghai, immagino che non ci siano troppe differenze con altri aeroporti.

Innanzitutto, il volo da Milano è stato molto buono e piacevole e soprattutto con uno spazio confortevole anche nei posti economy. Una volta arrivati in Cina c’è un’area riservata ai visti di transito ai controlli dell’immigrazione. Dopo aver lasciato le impronte digitali come tutti ai terminali fai da te, siamo stati fatti mettere in fila con gli altri, poi indirizzati successivamente allo sportello 1, riservato ai visti di transito (e indicato da alcuni cartelli). Le procedure non sono state rapide e, anzi, abbastanza meticolose. Sono state controllate le prenotazioni e ci è stata fatta qualche domanda classica (motivi del viaggio, quando ripartite…) ma alla fine il nostro passaporto è stato timbrato. E ci è stato consegnato un foglietto da riconsegnare alla partenza. Avevamo un visto di transito per la Cina!

Attenzione: per rispondere a un dubbio frequente, chi è semplicemente in transito e non ha intenzione di uscire dall’aeroporto non ha bisogno di alcun visto!

Il nostro itinerario

Shanghai è enorme. Ed è ricca non soltanto di cose da vedere, ma di esperienze da fare. E’ una città che bisognerebbe provare a vivere, almeno un po’, per farsi un’idea di cosa sia veramente. Meriterebbe da sola almeno tre giorni. Ma noi avevamo poco tempo e quindi abbiamo creato un itinerario purtroppo molto rapido che ha toccato Shanghai, Suzhou e dintorni (Tong Li) e l’area di Hangzhou prima di far ritorno.


Un giorno a Shanghai

Siamo arrivati presto in un giorno di pioggia battente e il primo impatto con Shanghai è stato, devo ammettere, piuttosto duro. Nel senso che è stato difficile orientarsi e le barriere linguistiche si sono dimostrate un problema davvero rilevante anche più di quanto mi aspettassi: il fuso orario e la pioggia hanno reso la giornata davvero difficile.

Siamo arrivati la mattina presto e dopo una colazione di wanton in brodo ci siamo concentrati sulla parte storica, tenendo la Shanghai moderna per il ritorno. Quindi ci siamo avventurati nell’area di Xintiandi, fra i suoi shikumen (le vecchie case in pietra) e abbiamo visitato in uno stato allucinatorio da jet lag la stupenda parte dedicata alla scultura del museo di Shanghai. E poi abbiamo visitato il famoso giardino del Mandarino Yu: così simile e così splendidamente diverso alle controparti giapponesi. Impossibile invece vedere per intero la Shanghai Tower i famosi grattacieli di Pudong, avvolti in una nebbia densissima.

Uno scorcio del giardino Yu a Shanghai

Uno scorcio del giardino Yu a Shanghai (foto di Patrick Colgan, 2019)

Suzhou e Tong Li

Mica facile prendere un treno in Cina, anche solo fare il biglietto può essere un’impresa. Ma alla fine siamo riusciti ad arrivare alla vicina Suzhou per vedere altri giardini, incredibilmente affollati e belli. E per assaggiare uno dei piatti migliori del viaggio, gli shengjian bao del ristorante Yaba Shengjian, ordinati esprimendoci a gesti. Una delle poche cose che ho imparato della Cina è che si mangia benissimo.

shengjian bao

Shengjian Bao (foto di Patrick Colgan, 2019)

Da lì abbiamo preso un taxi per Tong Li, uno dei paesi storici sull’acqua della foce dello Yangtze. Alcuni lo definiscono una trappola per turisti, ma per me è un vero gioiello. La differenza la fanno spesso i momenti, gli incontri. O semplicemente il tempo che si dedica a un luogo.

Hangzhou

Siamo arrivati in bus nell’autostazione a sud, lontanissima dal centro. Una delle città più romantiche (e turistiche) della Cina è in realtà una metropoli da cinque milioni di abitanti, introdotta da chilometri e chilometri di palazzoni tutti uguali, tanto da rendere l’arrivo un po’ oppressivo e inquietante. In realtà il centro di Hangzhou è davvero piacevole, anche se tutt’altro che facile da visitare. Ma sarebbe mancato qualcosa se non fossimo stati anche fra le piantagioni di tè di Longjing, a pochi chilometri dalla città eppure, davvero lontanissime.

Ritorno a Shanghai

L’ultimo giorno è stato dedicato alla Shanghai contemporanea. Dopo aver trovao chiuso il Rockbund art museum (per lavori), ci siamo infilati nel Waldorf Astoria sul Bund per entrare per qualche minuto nello sfarzo della Shanghai coloniale. Quindi siamo andati all’imperdibile Propaganda Art museum per un riassunto, visto attraverso la propaganda politica ‘ufficiale’, della storia politica dell’ultimo secolo cinese e infine a un concerto jazz. dove abbiamo visto un altro lato della città.

Ancora, invariabilmente, avvolti dalla nebbia i grattacieli di Pudong. Uno dei mille motivi, mi sono detto mentre salivo sull’aereo diretto a Osaka, per affrontare il maledetto visto e tornare davvero.

Waldorf Astoria on the Bund

Waldorf Astoria on the Bund (foto di Patrick Colgan, 2019)

I grattacieli di Pudong visti dal Bund

I grattacieli di Pudong visti dal Bund (foto di Patrick Colgan, 2019) – clicca per ingrandire

Per continuare a leggere

  • Lo stesso itinerario visto dalla mia compagna di Viaggio, su Persorsi
  • Tutti i post sul Giappone

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