videogiochi?

di patrickcolgan

pongOggi ho letto un’interessante intervista a Nicolò Ammaniti su Repubblica, richiamata in prima pagina con un titolo strillato “Io, schiavo del videogioco”. In realtà nell’intervista non si parla solo di dipendenza, ma di videogame sì. Con consapevolezza, competenza e i toni giusti, una volta tanto (titoli ‘sparati’ a parte) si avvia una riflessione. E si mettono pure in luce pure aspetti che, per gli appassionati, sono un tabù, ma senza isterismi (e da parte di un videogamer).

Da parte di un appassionato. E da vecchio appassionato di videogame , è con grande tristezza (e disciplina) che mi sono imposto di non avvicinarmi nemmeno al gioco multiplayer on line (eccetto hattrick, che è un’altra cosa). Chiunque abbia un po’ di esperienza di videogame sa che, esattamente come ad un buon libro, ci si “incolla”, per fortuna o purtroppo. “Come i videogiochi hanno mangiato le nostre vite”, non a caso, è il sottotitolo (ironico) di “Il popolo del Joystick” uno dei libri sull’argomento più noti (e uno dei pochi). Al momento, purtroppo, perché credo di perdermi qualcosa, non ho tempo di incollarmi a World of Warcraft (è il gioco di cui è “schiavo” Ammaniti, ma di cui ho visto parlare anche qualche blogstar qua e là).

Con grande rammarico.

Però questa intervista ha un merito particolare. I videogame sono una categoria di prodotti culturali che ancora non riescono a essere rappresentati correttamente dai media e non sono capiti da chi non è “cresciuto con loro”. Non sono nemmeno considerati un vero e proprio medium come meriterebbero (davvero si pensa che un gioco online di massa come “second life”, o “world of warcraft” o un “the sims” abbiano un contenuto puramente ludico?).

Così accade che se ne parli solo in termini semplicisticamente negativi, oppure scioccamente giovanilistici. Non aiuta il fatto che i film tratti da videogame siano stati, finora, nella maggior parte dei casi, videoclip stupidi e fracassoni adatti a un pubblico di quattordicenni. E forse nemmeno.
Eppure i videogame, spiega Ammaniti, sono narrazioni, con regole, con un linguaggio proprio (e anche molto cinematografici, aggiungo io), che, specialmente ai nostri giorni, divertono più con le ambientazioni, le situazioni, le interazioni che con il semplice confronto di abilità, “tecnico” (come Pong, il primo videogame, nella foto in alto).

il popolo del joystick

E pensare anche che quella videoludica è una delle industrie culturali più remunerative, più dinamiche, che più velocemente muta i suoi modelli di business (fate il paragone con la musica), e che da tempo ha smesso di reagire in maniera scomposta e inutile contro la pirateria, praticamente strutturale. Ed è sopratutto un mondo, quello dei videogame, che negli ultimi 10 anni ha subito trasformazioni pazzesche e che lascia solo intuire quali possano essere gli sviluppi futuri e le sue mutazioni future.

E’ una forma culturale, quella del videogame, che nel discorso dei media è ancora rappresentata come se non la si capisse minimamente. Mancano gli strumenti, i codici. Ha sicuramente a che fare anche col fatto che stanno arrivando solo ora le generazioni che sono “cresciute” con i videogame “evoluti”, con Amiga e C64. Sono trentenni ora.

Mancano anche validi saggi, sull’argomento. Sono validi consigli per letture. Ne avete altri?

Io ne ho due:

Tomb Raider e il destino delle passioni. Per una sociologia del videogioco.

di Carzo – Centorrino, prefazione di Roberto Grandi (Guerini e associati)

Non tutto il libro è sullo stesso livello. E sicuramente l’analisi semiologica di Tomb Raider è la parte più debole. C’è un’interessante (al tempo in cui il libro è uscito lo era di più) sezione sulla pirateria.

Il popolo del Joystick. Come i videogiochi hanno mangiato le nostre vite.

di J.C.Herz (Feltrinelli – Interzone)

Un’analisi un po’ datata, su un periodo più “romantico”, ma cruciale, dei videogame, a cavallo fra anni ’80 e ’90.

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0 Commenti

Peter Novembre 26, 2005 - 12:05 am

interessante. in effetti non avevo mai pensato al videogame come medium. in effetti è giusto, ha senso.
sarà che non ho venduto tutte le copie di ammanniti e non mi sono ancora potuto permettere di “sedermi”…
🙂

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