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In viaggio lungo la Skeleton Coast

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La strada lungo la costa della Namibia, centinaia di chilometri deserti affacciati sull’Atlantico. Un percorsoo in auto sulla Skeleton Coast, dove tutto torna polvere.

Centinaia di chilometri di nulla. Qui ci sono solo pescatori solitari che hanno parcheggiato il loro fuoristrada lungo la spiaggia, riempito di provviste e taniche di benzina (non ci sono distributori), qualche campeggio spartano chiuso dieci mesi all’anno. E poi una striscia di sabbia e sale striata dai solchi profondi di ruote che segue la forma dell’Oceano Atlantico e a volte si perde, confondendosi col deserto. E infine rovine, distanziate di decine di chilometri l’una dall’altra.

La Skeleton Coast si chiama così proprio per i rottami, le innumerevoli navi che si sono arenate o schiantate sulla costa della Namibia per colpa di correnti, tempeste, nebbie, fondali. Molte sono già tornate polvere, alcune lo stanno diventando mentre quel che ne resta viene inesorabilmente strappato via dal vento e dalle onde. Io il mondo dopo l’uomo me lo immagino proprio così: gli ultimi segni del suo passaggio che vengono riassorbiti dalla terra e dal mare fino a scomparire.

Questa visione diventa estremamente nitida, impressionante, a Cape Cross davanti a una distesa di decine di migliaia di otarie. I loro versi a volte lamentosi, a volte feroci e l’odore insopportabile parlano di un mondo primordiale. Ho la netta impressione che cento o cinquecentomila anni fa il panorama qui non fosse diverso.

Le otarie a Cape Cross, Namibia

Le otarie a Cape Cross, Namibia (foto di Patrick Colgan, 2017)

Le otarie a Cape Cross, Namibia

Le otarie a Cape Cross, Namibia (foto di Patrick Colgan, 2017)

In realtà è proprio qui vicino, a un paio di chilometri in linea d’aria che c’è l’ultimo avamposto di civilità, di lusso. Dopo, per oltre mille chilometri, fino al confine angolano e oltre, c’è solo qualche campeggio. Dopo tanto deserto è strano ritrovarsi al Cape Cross Lodge. C’è un interessante museo sulla storia del posto, che deve il suo nome alla croce piantata dal portoghese Diogo Cao, primo europeo a sbarcare nel 1486, con un po’ di resti di animali, foto sbiadite e oggetti che testimoniano la storia dell’uomo da queste parti. Prendiamo un caffè davanti all’oceano. Ma quando ci ritroviamo poco dopo sottovento l’odore delle foche ci ricorda che qui siamo solo di passaggio, non è territorio nostro.

Il relitto della Zelia, Skeleton Coast, Namibia

Il relitto della Zelia è fra i più recenti, risale al 2008. E’ ben indicato dalla strada, fra Hentie’s bay e Cape Cross (foto di Patrick Colgan, 2017)

La strada lungo la Skeleton Coast

Da Cape Cross facciamo due conti sul tempo e sulla benzina che abbiamo e decidiamo di continuare verso nord. Non avevamo un piano preciso. Anzi, prima di partire stamattina ci avevano ammonito. “Non prendete la strada costiera: è lunga, brutta e non c’è nulla” erano state le ultime parole sentite al Desert Sky backpackers di Swakopmund, prima di salire sul nostro fuoristrada diretti a nord, verso il Damaraland. La donna che gestisce l’albergo ci aveva mostrato le strade che attraversano l’interno su di una cartina: “Fate queste, piuttosto. Sono migliori e più panoramiche”.

Però quella parola che ha pronunciato, “nulla”, abitava i miei pensieri da giorni e non se ne era andata, germinava immagini, sensazioni. Era proprio il grande nulla ad attirarmi, tutto quel vuoto che immaginavo. Avevamo letto e ascoltato pareri differenti. Solo il giorno prima la guida che ci aveva condotto fra dune spettacolari fino a Sandwich Harbour, sulla costa a sud di Swakopmund, alla mia richiesta di un consiglio aveva risposto invitandoci a farla, ma senza tranquillizzarmi del tutto: “Avete un fuoristrada vero? E le avete due ruote di scorta? Se le avete, andate”.


Il nostro percorso

(Le 5 ore e 54 minuti indicate sono molto ottimistiche, il tragitto indicato è più sette ore e mezza, a ritmo sostenuto. Più ovviamente un paio d’ore per le pause e le visite)

Arrivare fino a Cape Cross da Swakopmund è facile: la strada comincia d’asfalto, poi diventa di sale e sabbia pressati. Si viaggia benissimo, molto meglio che sulle sconnesse piste sterrate a cui la Namibia ci ha abituato. Ma chi conosce la strada, segnata con il nome C34 sulle cartine avverte che quando si inumidisce a causa delle frequenti nebbie, o nelle rare occasioni in cui piove, diventa scivolosa come ghiaccio, o peggio. Oggi però c’è il sole e l’aria è limpida e secca. Abbiamo incrociato numerosi fuoristrada di pescatori fermi lungo la costa e ci siamo fermati a vedere uno dei relitti più recenti, quello della Zelia, arenatasi nel 2008 mentre era trainata verso Mumbai, dove sarebbe stata smontata.

A nord di Cape Cross

La strada è solitaria e mutevole, cambia col tempo e cambia più volte forma, terreno, aspetto mentre attraversa un paesaggio arido e monotono che scivola fra le tonalità del giallo e del grigio. Non ci sono dune, solo piccoli rilievi, sassi e la striscia blu del mare che appare e scompare alla nostra sinistra, non troppo vicina. Dopo un centinaio di chilometri da Cape Cross si arriva a Ugabmund dove inizia la zona protetta del parco nazionale e finisce la strada di sale.

Qualche buontempone ha preso alla lettera il nome della costa, decorando il famoso cancello d’ingresso al Parco nazionale della Skeleton Coast con ossa di balena e un grande disegno sagomato con teschi e tibie incrociate e contribuendo al mito di questa strada, con un po’ di ironia. Sbrighiamo le pratiche d’ingresso, firmando un registro (dovremo uscire dal parco prima che faccia buio), e riprendiamo la direzione nord sulla strada che diventa uno sconnesso, tortuoso sterrato, poi diventa sabbia e quindi ghiaia. Incontreremo pochissime altre auto: il passaggio medio da queste parti è di cinque auto al giorno, fatta eccezione dicembre e gennaio, quando i pescatori affollano il remoto campeggio di Torra Bay.

L'ingresso dello Skeleton Coast Park a Ugabmund

L’ingresso dello Skeleton Coast Park a Ugabmund (foto di Patrick Colgan, 2017)

in auto sulla Skeleton Coast

La nostra auto a noleggio (foto di Patrick Colgan, 2017)

La strada lungo la Skeleton Coast

La strada lungo la Skeleton Coast (foto di Patrick Colgan, 2017)

I relitti della Skeleton Coast

Ho cercato a lungo una mappa dei relitti visibili lungo la costa. Ma a fronte di tanti post e articoli generici, ho fatto fatica a trovare indicazioni precise, anche perché molti resti di navi sono ormai stati inghiottiti dal mare e dal deserto e alcuni emergono solo in particolari condizioni. Nel tratto che abbiamo percorso ce ne sono soltanto tre facilmente accessibili e visibili. Dopo la Zelia, che è prima di Cape Cross, ce n’è un altro ben segnalato, ma è di altro tipo: a circa 240 chilometri da Swakopmund si incrocia infatti un’indicazione sulla destra che porta all’Old oil rig. E’ una vecchia trivella petrolifera abbandonata da oltre quarant’anni, ormai crollata e divorata dalla ruggine.

Sembra il mondo di Mad Max (e in effetti l’ultimo film è stato girato proprio in Namibia), ma oltre a una certa inquietudine trasmette anche uno strano senso di serenità. Tutto, anche le opere dell’uomo più ingombranti, violente, non possono nulla di fronte alla terra, al tempo.

Più a nord, un altro cartello sulla sinistra indica invece il relitto della South West Sea, un peschereccio incagliatosi nel 1976 di cui sono ormai visibili solo alcune travi dello scafo e il motore.

I resti della South West Sea, Skeleton Coast, Namibia

I resti della South West Sea, Skeleton Coast, Namibia (foto di Patrick Colgan, 2017)

I resti della South West Sea, Skeleton Coast, Namibia

I resti della South West Sea, Skeleton Coast, Namibia (foto di Patrick Colgan, 2017)

Il vecchio pozzo petrolifero abbandonato, Skeleton Coast, Namibia

Il vecchio pozzo petrolifero abbandonato, Skeleton Coast, Namibia (foto di Patrick Colgan, 2017)

Le dune che compaiono prima di Torra Bay, quando prendiamo la strada che si inoltra verso l'interno - Skeleton Coast

Le dune che compaiono prima di Torra Bay, quando prendiamo la strada che si inoltra verso l’interno – Skeleton Coast (foto di Patrick Colgan, 2017)

In auto sulla Skeleton Coast

In auto sulla Skeleton Coast, guardando verso sud (foto di Patrick Colgan, 2017)

Quando si avvistano in lontananza le dune sabbiose di Torra Bay è ormai tempo di lasciare la strada. Svoltiamo a destra verso l’uscita di Springbokwasser. La terra comincia a diventare rossa, poi verde, si affacciano montagne, si avvistano antilopi. Stiamo entrando nel meraviglioso Damaraland. E il mare è sempre più lontano.

In auto sulla Skeleton coast: informazioni pratiche

  • L’auto. In condizioni normali la strada è facilmente percorribile in fuoristrada, ma in teoria anche da un’auto normale (magari non troppo bassa). Dopo aver lasciato Hentie’s bay, dove va fatto il pieno di benzina o gasolio, non ci sono altri distributori per circa 400 chilometri, fino alle lontane Palmwag o Khorixas. Durante l’alta stagione della pesca il rifornimento potrebbe essere possibile ai campeggi di Mile 108 o Torra Baai (aperto solo dicembre e gennaio), ma non contateci.
    Il limite è di cento chilometri orari, ma vi consigliamo una velocità nettamente inferiore. Più informazioni su Dangerous Roads.
  • Provviste. Per prudenza portatevi tanta acqua (cinque litri a testa, almeno) ed è meglio avere due ruote di scorta perché se rimanete bloccati nel pomeriggio nella zona del parco potrebbero non passare altre auto fino al giorno dopo. E il telefono spesso non prende.
    Una tanica di carburante può essere consigliabile, ma se l’autonomia dell’auto è superiore a 400 chilometri e avete fatto il pieno a Hentie’s bay normalmente non sarà necessaria.
  • Il tempo. L’incognita è il maltempo, perché sulla costa sono frequenti nebbie, anche molto dense e in caso di rischio di pioggia qualsiasi viaggio è fortemente sconsigliato.
  • Il panorama. Non aspettatevi chissà che cosa, il fascino di questa strada sono il vuoto e la desolazione più che grandi, scenografici spettacoli della natura.
  • Il percorso. Da Swakopmund a Terrace bay, limite nord della strada percorribile normalmente ci sono 460 chilometri. Ma se entrate nel parco probabilmente uscirete a nord est dal cancello di Springbokwasser che dista circa 220 chilometri da Cape Cross (attenzione, al lodge c’è un foglio con indicate distanze e servizi e quando siamo passati questo dato era sbagliato e indicava cento chilometri in più).
  • L’ingresso nel parco: è possibile fino alle 15.30, l’uscita deve avvenire prima del tramonto. Se si esce in giornata non servono permessi speciali (a differenza di quanto scritto su alcune guide). Non si paga nulla.
  • Relitti. Indicazioni per raggiungere altri relitti sfruttando le strade che portano al mare per i pescatori si trovano sul sito Hentie’s bay tourism.
  • A sud di Walvis Bay. Per andare a vedere le dune e le lagune di Sandwich Harbour, menzionate nel post, è consigliabile affidarsi a un tour organizzato. Si percorrono piste di sabbia dove è facile restare bloccati e un lungo tratto di spiaggia che si può fare solo con la bassa marea. Fra le agenzie che organizzano il viaggio ci sono Turnstone, Sand Waves, Mola Mola e altre. Il ritorno in genere si fa attraversando le dune in fuoristrada (fra pendenze vertiginose).
Skeleton Coast, Namibia

Skeleton Coast, Namibia (foto di Patrick Colgan, 2017)


3709d0fPatrick Colgan, sono giornalista e blogger, vivo a Bologna. (chi sono) Uso delle foto: tutte le foto scattate da me e pubblicate su Orizzonti hanno la licenza creative commons attribuzione-non commerciale. Potete usare e distribuire le foto per scopi non commerciali, ma vanno attribuite a me, includendo il mio nome e un link funzionante al blog e la medesima licenza creative commons. Per scopi commerciali siete pregati di contattarmi
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2 Comments Post a comment
  1. Fascino inquietante vero? Ci sono stata sia a piedi che sorvolata con un piccolo aereo. E’ un miscuglio di emozioni contrastanti. Come dire… fantastica desolazione, caldo abbandono o dolce angoscia? Un altro posto da almeno una volta nella vita.

    aprile 11, 2017

Trackbacks & Pingbacks

  1. Fra le dune di Sossusvlei - Orizzonti

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